Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 0 – Il nemico interno e i ragazzi difficili
«A Ríccè, annamo a buttacce ner fiume?»
«Ahò, ma sei scemo? Che ce vai a fa’?»
«Che ne so… pe’ vedé se l’acqua è fresca!»
«Te ce butto io se vo’! Vieni a giocà, che oggi ce famo li sordi!»
Ragazzi di vita.
Un’espressione pasoliniana che porta con sé l’eco di un’umanità inquieta, di corpi in corsa nei vicoli di un tempo che non esiste più, di vite sfuggenti eppure tremendamente autentiche. Ieri come oggi, i ragazzi sono lo specchio di un mondo che cambia, di un tempo che si rinnova e si ribella alle nostalgie di chi non accetta il presente.
C’è chi li osserva con lo sguardo torvo di chi ha già sentenziato: stanno sempre sugli schermi, si isolano, non sanno più parlare. Li accusano di non saper vivere, come se l’adolescenza non fosse da sempre il luogo della sperimentazione, dell’eccesso, della scoperta del sé e dell’altro. Si dimentica troppo spesso che ogni generazione è stata il bersaglio delle stesse critiche, il capro espiatorio perfetto per giustificare le proprie paure e i propri fallimenti.
Eppure, basta guardarli con attenzione, con occhi liberi da pregiudizi, per scorgere nei loro gesti un’energia irriducibile. L’adolescenza è un tumulto, una fame di vita che non può essere rinchiusa in schemi preconfezionati. Se un tempo correvano per le strade di una città polverosa, oggi corrono su mondi digitali, esplorano universi che agli adulti sfuggono, comunicano con codici nuovi, creano connessioni che non sono meno reali solo perché non si fondano su un incontro fisico.
Non si tratta di negare il rischio della solitudine, dell’isolamento o della dipendenza da una realtà filtrata da uno schermo. Ma c’è un errore nel volerli trasformare a tutti i costi in qualcosa di altro, nell’imporre loro un modello che non tiene conto del mondo in cui sono cresciuti. I ragazzi di oggi, come quelli di ieri, sognano, lottano, cadono e si rialzano. Sono vivi, tremendamente vivi, e forse è proprio questa vitalità sfuggente a fare paura a chi ha smesso di credere nel cambiamento.
L’adolescenza è sempre stata un territorio di confine tra ciò che è stato e ciò che sarà, un tempo in cui il futuro si lascia intuire nelle ombre di un presente incerto. Colpevolizzarli significa voltare lo sguardo altrove, rifiutarsi di comprendere, di ascoltare, di ammettere che il mondo si trasforma e che le nuove generazioni non sono un errore da correggere, ma una storia da osservare con attenzione e rispetto. Se c’è una lezione che i ragazzi di vita ci insegnano è che la vita non si lascia ingabbiare, né nei vicoli di una città perduta né dentro uno schermo. Esplode, si trasforma e continua a pulsare, ostinata, anche quando non riusciamo a capirla.
Il successo della serie “Adolescence” suggerisce che il tema dell’adolescenza coinvolge sempre più persone interessate al dibattito sul mondo dei nostri ragazzi: genitori preoccupati, insegnanti alle prese con classi difficili, psicologi che elaborano teorie, educatori alla ricerca di buone pratiche, cronache nere ripiene di episodi di violenza giovanile..
Spesso questo coinvolgimento mostra risvolti positivi evidenziando un sano interesse nel voler comprendere le dinamiche che attraversano il mondo adolescenziale allo scopo di costruire significati costruttivi con il mondo giovanile; allo stesso tempo si registra una tendenza mediatica che riversa sugli adolescenti le colpe di una società adulta che sembra volersi autoassolvere, alimentando l’idea del “nemico interno”.
Alcuni anni fa lanciai un appello pubblico a Parma sul tema delle baby gang, che raccolse più di 500 firme, testimoniando una sensibilità adulta attenta al tema e che probabilmente aveva bisogno di una voce pubblica per ribellarsi alla narrazione mainstream di una gioventù violenta che turba l’ordine sociale.
Una riflessione pubblica aperta e continua nel tempo, volta a condividere pensieri e pratiche in ambito cittadino sembra necessaria e ineludibile, da una parte per levare una voce contro una narrazione sensazionalista imperante che non analizza nello specifico le problematiche reali del mondo giovanile, dall’altra per tessere una rete caleidoscopica di significati che possono sostenere coloro che operano quotidianamente con ragazzi e ragazze del territorio, partendo dalle famiglie, dagli insegnanti, dagli educatori.
Oggi si assiste al classico remake della costruzione del “nemico interno”, un archetipo sociologico diffuso, utile per spostare l’attenzione mediatica sui mali di una società che maschera di ipocrisia le disfunzionalità di un sistema che ai nostri ragazzi propone modelli “consumisti”, liberisti, all’interno della quale i brand giocano un ruolo molto più attrattivo delle istituzioni e delle agenzie educative; l’esigenza di avere l’immagine di un certo tipo fa sì che molti ragazzi si sentano esclusi dal mondo, esiste una forbice economica che è sempre più larga e che polarizza i ceti sociali. In questo contesto cresce la rabbia sociale degli esclusi e di coloro che non si sentono compresi da questo modello.
Tale insofferenza riveste una postura camaleontica, interessando anche tanti ragazzi dei ceti più alti che pur potendo avere tutto vivono l’assenza e il dolore nella dimensione socio-affettiva, accorgendosi di vivere una vita spesso finta e manchevole di rapporti veri, quelli su cui poter contare davvero.
“Ragazzi di vita” intende costituire uno spazio di riflessione per aggirare lo sguardo univoco sull’adolescenza e sui ragazzi, per ribaltare lo stereotipo di un’adolescenza annoiata, insensibile e violenta, attraverso riflessioni ed esempi di buone pratiche che possono interessare tutti coloro che interagiscono con il mondo adolescenziale.