L’assenza di Sinner, una tragedia per molti

L’importanza della competizione: crescere grazie all’altro

La recente squalifica di Jannik Sinner dal circuito tennistico internazionale, temporanea ma di forte impatto simbolico, ha acceso un faro su un tema fondamentale, spesso frainteso e poco affrontato: la competizione come leva per la crescita personale e collettiva. Sinner, presenza costante ai vertici della classifica mondiale ATP negli ultimi mesi, non è solo un tennista di straordinario talento: è anche stato, e forse soprattutto, uno stimolo continuo per i suoi avversari, un punto di riferimento la cui assenza ha improvvisamente lasciato un vuoto, non solo nel tabellone dei tornei, ma nel cuore stesso della sfida.

Da quando Sinner è fuori dai giochi, nomi come Carlos Alcaraz e Alexander Zverev, atleti di altissimo livello, spesso protagonisti di duelli epici contro l’altoatesino, hanno cominciato a mostrare segni di evidente flessione. Le loro performance sono diventate meno brillanti, più incostanti. È come se, venuto meno “l’altro”, il gioco perdesse una parte della sua energia propulsiva. La competizione, ci ricorda questa dinamica, non è mai solo uno scontro: è un incontro.

Camminare insieme: la spinta dell’altro

Il termine “competizione” deriva dal latino cum-petere, ovvero “cercare insieme”, “dirigersi verso lo stesso obiettivo”. L’etimologia ci restituisce un significato completamente diverso da quello spesso associato all’agonismo sfrenato o alla logica del vincente a tutti i costi. Competere, nella sua accezione più profonda, significa camminare insieme verso il meglio di sé, spinti dalla presenza dell’altro. È una corsa fianco a fianco, dove il tuo miglior tempo lo fai perché accanto a te c’è qualcuno che ti sprona, che ti mette alla prova, che ti obbliga a superare i tuoi limiti.

È questo il senso che hanno espresso alcuni dei più grandi duelli sportivi della storia. Pensiamo a Björn Borg e John McEnroe sempre nel tennis: il freddo nordico contro il fuoco americano. Eppure, quando Borg si ritirò improvvisamente a soli 26 anni, McEnroe dichiarò: “Senza di lui, non so più chi sono in campo”. Era come se avesse perso un pezzo di sé, un punto di riferimento necessario per ritrovare sé stesso.

O ancora la leggendaria rivalità nel basket tra Larry Bird e Magic Johnson: due uomini, due stili, due visioni del gioco, ma una sola passione. E un legame profondo, quasi simbiotico. “Magic mi ha reso un giocatore migliore”, ha detto Bird. E viceversa. La loro sfida ha rilanciato l’intera NBA, restituendole qualità, intensità, narrazione.

Nel ciclismo, la rivalità tra Gino Bartali e Fausto Coppi ha attraversato non solo lo sport, ma l’identità di un Paese intero. Erano icone, bandiere, ma soprattutto specchi l’uno dell’altro. Coppi aveva bisogno di Bartali per diventare leggenda. Bartali trovava in Coppi il fuoco che alimentava la sua pedalata.

Nel mondo dei motori, Niki Lauda e James Hunt si sono rincorsi e sfidati in una danza tra rischio e perfezione. La loro competizione ha insegnato che anche nel confronto più estremo può nascere il rispetto e la spinta alla crescita.

“L’altro è colui che rende possibile la mia eccellenza” potremmo dire. E questo vale non solo nello sport, ma in ogni contesto dove l’apprendimento, il miglioramento e la motivazione giocano un ruolo centrale.

La scienza della motivazione

Questa visione non è solo romantica o narrativa: è anche scientificamente fondata. Numerosi studi in ambito psicologico e pedagogico dimostrano che la presenza di una “sfida”, reale, significativa, positiva attiva nel cervello circuiti motivazionali profondi.

Carol Dweck, professoressa ordinaria di psicologia a Stanford, ha sviluppato la teoria della “mentalità di crescita” (growth mindset), dimostrando come le persone che vedono l’errore come opportunità e la difficoltà come sfida da affrontare tendono ad apprendere di più e meglio. In questo scenario, la competizione sana, non quella tossica, manipolatoria o peggio quella del rifiuto ideologico funge da catalizzatore di questo atteggiamento mentale.

Mihaly Csikszentmihalyi, celebre per la teoria del flow, ha indicato come la condizione ideale per raggiungere il massimo rendimento e coinvolgimento in un’attività sia un equilibrio tra sfida e competenza. Quando la sfida viene meno, come nel caso degli avversari di Sinner, anche il livello di coinvolgimento e prestazione tende ad abbassarsi.

I padri della psicologa umanistica da Maslow (teoria dei bisogni) a Rogers (tendenza attualizzante dell’individuo) fino a Knowles (l’adulto pienamente realizzato) ci ricordano la tensione dell’individuo sempre verso la ricerca della pienezza e del senso dell’esistenza.

Nel contesto educativo, autori come il pedagogista John Hattie hanno evidenziato che il confronto tra pari, il feedback e la valutazione autentica sono tra i fattori più potenti per promuovere l’apprendimento profondo.

Possiamo affermare quindi che l’altro, il compagno di banco, l’amico con cui mi confronto e l’avversario è dunque parte integrante del mio percorso di crescita.

E oggi, grazie alla contaminazione tra le tante teorie e evidenze, possiamo affermare con forza l’impatto motivazionale e l’efficacia della didattica attiva di tipo esperienziale.

La scuola e il fraintendimento della competizione: il rischio di un modello antiscientifico

Su questa tensione alla ricerca e alla evoluzione le più recenti “Nuove Indicazioni 2025 – Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione” del Ministero dell’Istruzione e del Merito sembrano riflettere una concezione profondamente anacronistica e antiscientifica del processo di apprendimento e quindi di evoluzione della persona. Affermando che il bambino non è motivato ad imparare, “ignora completamente quanto ormai ampiamente confermato dalla ricerca scientifica in campo pedagogico, neurobiologico e psicologico. Studi in ambito di infant research, neuroscienze affettive, pedagogia costruttivista e psicologia dello sviluppo (Kuhl, 2004; Bruner, 1996; Vygotskij, 1934/1978; Trevarthen, 1999) dimostrano che il desiderio di apprendere non è indotto dall’alto, ma è una funzione biologica, innata e relazionale. È presente fin dalla nascita, si manifesta già durante la vita intrauterina, ed è alimentato dal contesto sociale, dalle relazioni significative e dalle esperienze di esplorazione condivisa” (dalla Rivista “Bambini” – Aprile 2025)

Inoltre, le indicazioni azzardano ad affermare che “l’allievo non sceglie di desiderare di imparare, sceglie il modello che sa stimolarlo in tale direzione”, evidenzia una visione verticalizzata del sapere, in cui l’insegnante, identificato come “magis”, “colui che è di più”, diventa unico depositario della conoscenza e direttore del desiderio dell’alunno.

Una visione di questo tipo non solo riduce l’apprendimento a trasmissione unidirezionale e il desiderio di conoscere a un riflesso del carisma del maestro. La motivazione all’apprendimento, come sottolineano autori come Edward Deci e Richard Ryan con la loro Self-Determination Theory, nasce dal senso di autonomia, dalla competenza percepita e dalla relazione con l’altro. È proprio in una dimensione di scambio, confronto e sfida reciproca che l’apprendimento si radica e si sviluppa. L’insegnante non è “di più” perché trasmette nozioni, ma perché crea le condizioni in cui ogni bambino può diventare “di più” rispetto a sé stesso, sostenuto da un ambiente ricco di stimoli, dialogo, domande e soprattutto relazioni significative.

Le nuove indicazioni ministeriali, che sembrano volersi allontanare da qualsiasi forma di confronto e valutazione significativa, rischiano di spegnere questa motivazione profonda, privando i bambini della possibilità di mettersi alla prova, di misurarsi con gli altri e con sé stessi. In nome di una malintesa “protezione” dal confronto, si eliminano quegli elementi che la scienza ha riconosciuto come propulsori essenziali dello sviluppo: il piacere di risolvere problemi, la curiosità epistemica, il bisogno innato di esplorare e l’energia vitale che nasce dal relazionarsi con gli altri, anche in forma competitiva.

Privare l’infanzia di tutto questo, in nome di una visione paternalistica dell’insegnamento, significa allontanare la scuola dalla sua funzione educativa più autentica: non quella di “formare” secondo modelli prestabiliti, ma di alimentare la crescita e il desiderio attraverso relazioni, esperienze, errori, scoperte e, perché no, anche sfide. Perché come nello sport, anche nell’apprendimento, l’altro è spesso il nostro miglior alleato.

Competere per crescere

Competere, allora, non è una corsa al podio ma una corsa verso sé stessi, accompagnati dagli altri. È il desiderio di fare meglio, di essere migliori, perché c’è qualcuno che ci mostra che è possibile.

La mancanza di Sinner non è solo un’occasione per riflettere sul tennis. È un simbolo potente che ci ricorda che senza l’altro — il nostro “avversario” — non saremmo mai ciò che possiamo diventare. Come ha detto John McEnroe su Borg, o Bird su Magic, o Hunt su Lauda: senza di lui, io non sarei io.

E forse anche la scuola, l’educazione, dovrebbe riscoprire questo valore profondo della competizione: non come strumento di esclusione, ma come alleanza implicita per la crescita comune.

Bibliografia

  • Flow. Psicologia dell’esperienza ottimale [Mihály Csíkszentmihályi]

  • Early language acquisition: cracking the speech code [Patricia K. Kuhl]

  • The Culture of Education [Jerome S. Bruner]

  • Mind in Society: The Development of Higher Psychological Processes [Lev S. Vygotsky]

  • Imitation in Infancy [Colwyn Trevarthen]

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