Ragazzi di vita – Di Baby Gang, di Non Luoghi e della paura di salire sull’autobus

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 1 – Di Baby Gang, di Non Luoghi e della paura di salire sull’autobus

Una studentessa mi dice che ha paura di salire sull’autobus: “Prof., ci sono i maranza”, dice allarmata e piuttosto preoccupata, deve aver vissuto situazioni spiacevoli, mi dico.

Negli ultimi tempi questa frase si sente risuonare frequentemente, una sorta di campanello d’allarme sociale che destabilizza il nostro sentire adulto. Nel dibattito pubblico il tema della sicurezza urbana è sempre più centrale, spesso evocato in toni emergenziali, quasi sempre politicizzato. Ma la sicurezza non dovrebbe essere né un campo di battaglia ideologica né una parola svuotata dall’abuso: è un diritto fondamentale, legato alla qualità della vita quotidiana. Le persone devono potersi sentire al sicuro nei propri quartieri, nei parchi, sui mezzi pubblici. Ma la sicurezza vera — quella profonda, duratura, condivisa — non si costruisce solo con pattuglie e telecamere, bensì con la responsabilità diffusa della comunità.

La sensazione di insicurezza che serpeggia nelle nostre città non può essere archiviata come percezione distorta né trattata solo come questione di ordine pubblico. È un segnale che qualcosa si è rotto nel patto tra istituzioni e cittadini, tra adulti e giovani. In particolare, le cronache che parlano di “baby gang” mettono in luce non solo un disagio giovanile, ma anche un vuoto educativo e relazionale che la società intera è chiamata a colmare.

La percezione di insicurezza nelle nostre città è oggi in aumento, anche laddove i dati statistici raccontano una riduzione dei crimini gravi. Questo paradosso è alimentato da molteplici fattori:

  • I media e la narrazione del pericolo Notizie brevi, titoli gridati, immagini violente: il ciclo dell’informazione privilegia il sensazionale e lo spettacolare. I reati minorili, soprattutto se compiuti da giovani stranieri o di seconda generazione, ricevono grande attenzione, generando un effetto amplificatore che fissa nella mente collettiva l’idea di un allarme continuo.
  • Lo smantellamento dei legami sociali L’urbanizzazione ha spezzato le reti di prossimità: si conosce meno il proprio vicino, si diffida di chi è “diverso”, si moltiplicano le solitudini. In un clima individualista, ogni alterità può essere percepita come minaccia. La sicurezza si trasforma così da bene comune a sentimento personale.
  • L’eredità del passato coloniale europeo Questo è un punto meno discusso ma cruciale. Le grandi potenze europee, Italia compresa, hanno spesso rimosso o ridotto a nota a piè di pagina la propria storia coloniale. Ciò ha generato una doppia rimozione: da un lato, la mancata elaborazione culturale e scolastica di quel passato; dall’altro, una resistenza sociale e istituzionale all’inclusione reale dei discendenti di quel passato (immigrati e seconde generazioni).

La sicurezza è anche e soprattutto prevenzione. È costruzione di senso, di presenza, di relazioni. È una città che si prende cura dei suoi abitanti più fragili, che riconosce e valorizza il protagonismo giovanile, che non delega tutto alla repressione. Parlare oggi di baby gang senza cadere nei riflessi della paura o del giudizio significa provare a capire le radici del malessere, immaginare risposte che coinvolgano famiglie, scuole, servizi, cittadini. Solo così si potrà passare da una sicurezza invocata a una sicurezza vissuta.

Non si diventa violenti per natura. Si diventa violenti quando ci si sente esclusi, non ascoltati, invisibili. Dietro ogni episodio etichettato frettolosamente come “baby gang” si nasconde una storia che nessuno ha voluto ascoltare fino in fondo. Ragazzi che gridano il loro disagio nel solo modo che il mondo ha insegnato loro a riconoscere: la rabbia. Ma cosa succede se proviamo a guardare questi ragazzi senza giudizio, se iniziamo a chiederci non “cosa c’è che non va in loro”, ma “cosa manca attorno a loro”?

Viviamo in una società in cui l’identità è merce, il valore personale è stabilito dal numero di follower o dal prezzo delle scarpe. I ragazzi crescono dentro una logica che li bombarda di desideri inaccessibili. Chi non può permettersi di “stare al passo” si sente fuori. E chi è fuori spesso cerca visibilità con i mezzi che ha: un’azione eclatante, un gesto trasgressivo, un’identità di gruppo che almeno per un istante gli restituisce dignità.

Nelle periferie fisiche e simboliche del nostro paese mancano spazi di rappresentanza e protagonismo reale, i ragazzi vivono letteralmente nei Non Luoghi prefigurati da Augè. Mancano palchi, campetti, aule aperte, angoli di libertà, manca uno spazio che possa essere diverso da McDonald e Zara.

Manca una città che dica: “Ti vedo, ci sei, conti”. Le strade diventano allora territori da occupare, spesso in modo disordinato, a volte conflittuale, perché non c’è altro. Urge una visione urbanistica e sociale che metta i ragazzi al centro. Micro eventi musicali, sport di strada, luoghi liberi ma curati dove i giovani possano essere senza essere controllati.

La scuola potrebbe — dovrebbe — essere il primo argine alla marginalità. Ma troppo spesso diventa una catena di montaggio dell’obbedienza, non un luogo di crescita. Manca l’educazione alla cittadinanza reale, alla parola, al confronto. Tecniche come il debate, l’assemblea partecipata, la scrittura collettiva, sono ancora poco diffuse. I ragazzi hanno bisogno di allenarsi alla democrazia, non solo di subirla da adulti, occorre valorizzare il patrimonio autobiografico dei soggetti in educazione.

Spesso i membri delle cosiddette baby gang sono ragazzi stranieri o di seconda generazione, visti con sospetto e accolti con freddezza, quasi mai davvero ascoltati. Non vedono futuro in un Paese che li ospita senza includerli. E allora costruiscono un proprio codice, un’appartenenza alternativa. Dietro le dinamiche di gruppo si cela il bisogno ancestrale di riconoscimento. E lo Stato, la scuola, la società civile, devono rispondere con strumenti nuovi e figure educative formate, presenti, non giudicanti. Non bastano progetti a termine o sportelli psicologici d’emergenza. Serve una comunità educante stabile, una rete che accompagni, sostenga e orienti. Educatori di strada, docenti formati all’ascolto, spazi ibridi tra formale e informale. La figura educativa deve essere capace di “stare e sostare”, di abitare la relazione, anche scomoda, anche imperfetta.

Non serve criminalizzare, serve capire. Non servono sbarre, servono soglie da attraversare insieme. Se i nostri ragazzi urlano, è solo perché nessuno ha davvero voluto ascoltarli.

ARTICOLO DI
CONDIVIDI
DI COSA STIAMO PARLANDO
ISBN: -
WEB INDEX: -
ARTICOLI CORRELATI
Simone Maldino, Responsabile delle Risorse Umane di Cambiaso Risso, spiega il valore strategico del mentoring per trasferire le competenze e unire le generazioni in azienda.
Il mentoring è il "filo invisibile" che unisce le generazioni e trasferisce competenze essenziali. Come dimostra il caso Cambiaso Risso, pratiche come il reverse mentoring e i Cultural Buddy migliorano il lavoro di squadra e la crescita delle persone.
Quattro visualizzazioni interattive per leggere i risultati dell’Indagine INDIRE 2025 e un invito a partecipare alla rilevazione 2026. L'Intelligenza Artificiale non è più solo una curiosità, ma un vero strumento di lavoro. Ora la sfida è usarla in modo responsabile, conoscendone i limiti e il suo impatto