Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 3 – Il corpo assente in educazione
Siamo a fine lezione, senza grandi aspettative chiedo alla classe se la sente di fare un esperimento. Ripeterò dei concetti espressi durante la lezione e chi se la sente li tradurrà in una danza , corpo libero, nulla di preparato.
Risatine, smorfie, un “prof ma è obbligatorio?”, sguardi bassi. Lo capisco. Non siamo abituati. I corpi, a scuola, devono stare zitti. Rimangono con l’aria un po’ sospesa di chi non sa se ridere o aver paura. E poi, lui. Uno che di solito non parla mai. Magrolino, felpa sempre tirata sulle mani, cammina come se dovesse scusarsi dello spazio che occupa. Si è alzato in piedi, ha messo su una base sul cellulare, niente di famoso, solo un battito regolare, e ha cominciato a muoversi. Ma non come ci si muove in palestra. No. Si muoveva come se stesse cercando qualcosa tra le scapole, tra le ginocchia, dentro l’aria. Era una danza e non lo era. Era disarticolato e preciso, nervoso e dolce. Ogni gesto sembrava dire: “Io ci sono”. Ma senza chiedere permesso. Altri iniziano a seguirlo, non tutti, per la verità, ma si crea qualcosa di strano, a tratti magico, c’è anche una luce strana che filtra dalla finestra, come nei libri e film migliori.
A un certo punto si è fermato. Sudato. Col fiatone. Ma con uno sguardo che non gli avevo mai visto. Uno sguardo pieno. Nessuno ha detto nulla. Nemmeno io. Ma lì ho capito – davvero – cosa voleva dire Merleau-Ponty: che il corpo non è solo ciò che abbiamo. È ciò che siamo. E che i ragazzi, se glielo permetti, pensano anche così.
Nessuno parla del corpo. O meglio, se ne parla solo quando fa paura. Quando è troppo vicino. Quando suda, puzza, tocca, pretende spazio. Quando si ribella. Allora sì, ci ricordiamo che esiste. Ma nel resto del tempo – a scuola, nelle aule, nei programmi ministeriali, nei banchi tutti in fila come soldatini muti – il corpo sparisce.
Non è sempre stato così. In molte culture il corpo è parte integrante del sapere. È attraverso il corpo che si conosce, si tramanda, si comprende. L’antropologia lo sa bene: il corpo è linguaggio, simbolo, pratica, identità. Non è solo carne, ma narrazione vivente. È il primo luogo che abitiamo e l’ultimo che lasciamo. È la nostra prima casa. Eppure, nel nostro mondo occidentale iper-razionalizzato, educare il corpo è diventato secondario, quasi sospetto.
Filosofi come Merleau-Ponty, Foucault, Deleuze cominciano a ribaltare la prospettiva. Il corpo non è più un ostacolo: è il punto di partenza. Merleau-Ponty scrive: “Il corpo è il nostro mezzo generale per avere un mondo”. Non pensiamo il mondo da fuori, lo viviamo da dentro, con la pelle, con gli occhi, con le mani. Il corpo è già conoscenza, già linguaggio, già pensiero.
Eppure la scuola è l’esempio perfetto di questa rimozione culturale. Fin dalla materna, ci si abitua a stare fermi. “Stai composto”, “non toccare”, “siediti bene”, “non correre”. Il movimento è un problema, un’interferenza, qualcosa da confinare all’ora di ginnastica – che spesso è l’ora di “educazione fisica”, cioè una pratica sterile, numerica, orientata alla performance. Il corpo non è mai ascoltato. Non si danza, non si esplora, non si respira. Si ignora.
Eppure, è nel corpo che i ragazzi sentono. È con il corpo che imparano chi sono. Gli imbarazzi dell’adolescenza, le trasformazioni, i brufoli, gli odori, le erezioni improvvise, le mestruazioni, le voglie e le paure: tutto avviene lì. Ma nessuno li guida. Nessuno dà loro parole per leggere ciò che succede. E allora il corpo diventa vergogna. Il corpo si chiude. Si mimetizza sotto le felpe, dietro le smorfie, dentro i profili Instagram costruiti a tavolino.
Immaginate, invece, cosa sarebbe una scuola che accoglie il corpo. Dove si cammina scalzi, si fanno laboratori di teatro, ci si abbraccia senza il sospetto costante del contatto “inappropriato”. Dove si lavora con il respiro, con la voce, con la pelle. Una scuola dove ci si muove non per fuggire, ma per abitare meglio il proprio spazio. Per conoscere i propri limiti. Per scoprire la forza, la grazia, l’errore.
Ma non esiste solo il corpo biologico. Esiste un corpo psicologico, fatto di tensioni invisibili, di ferite che non si vedono. Il corpo che somatizza l’ansia, che si chiude in una postura difensiva, che trattiene il respiro quando ha paura. È quel corpo che ci portiamo dietro ogni giorno, anche da adulti, e che spesso è rimasto bambino, bloccato, non accolto.
E poi c’è il corpo adolescenziale, quello che sfugge, che non vuole essere definito. Quel corpo che si traveste, che si copre, che si modifica. I piercing, i tatuaggi, le felpe col cappuccio, i jeans strappati, gli smalti neri, le tinte assurde. Non è solo estetica, non è moda: è un linguaggio. È un modo per dire: “Io non sono come volete voi”. È un corpo che cerca identità, che grida, che si protegge con la corazza dello stile. Ma che sotto chiede solo ascolto, spazio, libertà.
Il corpo può essere anche un atto politico. Non solo protesta, ma presenza. Corpo che si fa parola, gesto, affermazione. Penso ai corpi che ballano nei cortei. Ai corpi queer che sfidano i codici. Ai corpi migranti che attraversano confini. Educare al corpo significa anche educare alla libertà. Alla consapevolezza. All’essere qui, ora, interi.
Nel mondo degli algoritmi e delle intelligenze artificiali, la vera rivoluzione sarà rimettere il corpo al centro. Non come merce da esibire, non come performance da ottimizzare, ma come territorio da abitare.
Cosa si può fare nelle nostre scuole? Ad esempio si possono immaginare laboratori interdisciplinari di espressione corporea: teatro fisico, improvvisazione, clown, contact dance. Attività dove il corpo è mezzo di relazione e di racconto. Dove si può essere buffi, goffi, fragili senza essere giudicati. Ma anche percorsi di consapevolezza corporea: camminate lente, ascolto del battito, body scan, esercizi di grounding. Piccole pratiche quotidiane che insegnano a stare nel corpo e ad ascoltarlo.Laboratori di affettività e corporeità: percorsi sull’intimità, sul consenso, sul rispetto del corpo proprio e altrui. Non solo sesso sicuro, ma corpo sicuro. Corpi che possono dirsi “no” e anche “sì”, in modo consapevole.
Si tratta di includere il corpo nelle proposte didattiche e di non relegarlo solo nelle ore di educazione fisica. Lavorare sulla formazione dei docenti anche in questo senso, l’adulto diffida del corpo e ne ha quasi paura, il corpo adolescente spaventa.
Ma senza il corpo, non c’è educazione.