Ragazzi di Vita – “Droppare parole, non giudizi”: educare con le parole dei ragazzi (senza essere cringe)

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 4 – “Droppare parole, non giudizi”: educare con le parole dei ragazzi (senza essere cringe)

Conoscete parole come shippare, droppare, cringe, vibes, slay, riz, flexare, npc, triggerato o yolo? No? Allora mi dispiace, non potete sperare di capire i vostri figli.

Diciamocelo: noi adulti, spesso, ci sentiamo più boomer di quanto vorremmo. Proviamo a spiegare un concetto educativo e, puff, lo vediamo scivolare via come uno skippone su TikTok. E mentre cerchiamo di mantenere un tono autorevole, loro ci guardano come fossimo un NPC: presenti ma inutili. Perché? Perché usiamo il linguaggio sbagliato.

La lingua degli adolescenti è una creatura viva, pulsante, mutante. È fatta di parole importate, remixate, shoppate da inglese, spagnolo, YouTube. È uno slang che serve ad attirare l’attenzione, a creare vibes, a marcare l’identità. E noi, se vogliamo entrare in quella dimensione, dobbiamo non solo capirla, ma anche rispettarla.

Oggi un ragazzo non ha una cotta: ha una crush. Non compra, shoppa. Non fa le cose al volo, le fa al fly. E no, non ti sta prendendo in giro se dice che “quella roba è troppo cringe”. Sta solo dicendo che sembri un po’… beh, te stesso, ma in versione PowerPoint 2003.

Ma attenzione: non è solo moda. È potere. Perché chi controlla il lessico, controlla anche il discorso. Il loro linguaggio è un modo per prendersi lo spazio, per non farsi blastare dal mondo adulto. E allora forse vale la pena di fermarsi, ascoltare e… droppare ogni pregiudizio.

Usare il loro linguaggio non vuol dire scimmiottarli. Però possiamo usarlo come ponte. Possiamo stupirli, incuriosirli, perfino triggerarli — in senso buono — usando le parole giuste al momento giusto.

Wittgenstein, Foucault, perfino Heidegger: tutti hanno detto, a modo loro, che il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare, ma il tessuto stesso della realtà che abitiamo. Ludwig Wittgenstein, “i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. Gia’ Umberto Eco ricordava:“Tradurre è dire quasi la stessa cosa. Ma nel ‘quasi’ c’è il mondo intero.”

Nel parlare con i ragazzi, siamo spesso traduttori simultanei di senso. Capire e usare il loro slang è quasi dire la stessa cosa, ma se ci fermiamo al “quasi”, perdiamo tutto.

Il grande Tullio De Mauro ha mostrato come il lessico evolve con i bisogni culturali. Capire il linguaggio giovanile non è un capriccio: è capire in che direzione sta andando la società.

In aula, in un progetto educativo, o anche solo a cena, una frase ben assestata può cambiare tutto:

in una delle mie lezioni, ho proposto ai ragazzi la parola “abbacinare”. Non la conoscevano, ovviamente. Ho detto: “Significa accecare con una luce fortissima. Ma può essere anche poetico. Una persona, un’idea, una canzone può abbacinare. Vi è mai successo?”. Silenzio. Piano piano gli studenti hanno fatto affiorare immagini, sempre più potenti, siamo partiti per parlare di bellezza, di emozione, di stupore. Abbiamo scritto. Hanno scritto. Con parole loro, ma con un pensiero profondo. Perché il lessico apre porte.

“Prendiamo pure in mano le parole, giochiamoci, sezioniamole, cambiamole, ma con la consapevolezza che sono strumenti magici”. Calvino ci invita a trattare il linguaggio come un atto creativo, quasi alchemico. Un messaggio perfetto da rilanciare a educatori che vogliono “ammaliare” ragazzi con la parola giusta.

Il vocabolario adolescenziale non è sbagliato: è diverso. E dietro ogni parola c’è una narrazione, un bisogno, una domanda. Il nostro compito? Non è “correggere” o “tradurre”, ma decifrare. Cosa significa davvero quando un ragazzo dice che si sente “un rimasto” o che ha “perso l’aura”? Forse è il suo modo per dire che ha bisogno di aiuto.

Se impariamo a leggere dietro lo slang, possiamo vedere meglio. Possiamo intuire disagi, passioni, sogni che non emergerebbero mai in un lessico scolastico standard. Possiamo intercettarli prima che escano dal nostro radar.

Non si tratta di cominciare a flexare per finta. Si tratta di riconoscere che la lingua è relazione. E se la relazione educativa è il nostro obiettivo, dobbiamo usare tutti gli strumenti — anche i più glitterati e apparentemente frivoli — per raggiungerla.

Linguaggio è potere. È accesso. È relazione. Lo diceva anche Paulo Freire: “Il linguaggio non descrive la realtà, la crea”. Noi possiamo usare questa consapevolezza per creare un mondo educativo dove le parole siano ponti, non muri. Quindi sì, impariamo a droppare contenuti, non giudizi. A chillarcela quando non capiamo subito. A fare lo sgamo di tanto in tanto. Perché alla fine, se vogliamo davvero educare, dobbiamo prima di tutto… comunicare.

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