Ragazzi di Vita – Per una filosofia dell’educare

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi.
N. 5 – Per una filosofia dell’educare

Mi chiede un colloquio per lo sportello di ascolto. Si chiama così, il progetto della scuola, quasi come se fosse andare in coda alle poste.

Veste trasandato, ha lo sguardo incurvato, di quelli che tradiscono una sorta di ambiguità perenne, una sfiducia latente in chi ha davanti, una sorta di contro postura  verso il mondo e l’esistenza.

Ha un orecchino colorato che lo rende appena originale, forse, almeno così sembra pensare, un oggetto che simboleggia la sua voglia di distinguersi, una nota fosforescente nel buio dei pensieri.

Dopo alcuni attimi di osservazione dice”non mi capiscono”, senza soggetto, capisco già di chi sta parlando, è un’intuizione.

Afferma di sentirsi spesso giudicato, non ascoltato davvero, come se i suoi genitori credessero di sapere tutto senza mai fermarsi a comprendere ciò che si prova davvero. Mi trovo in mano questa matassa da sbrogliare, lentamente, mi dico, attenzione, materiale che scotta. Gli chiedo cosa avrebbe voluto che capissero di più. La sua risposta è stata chiara: i ragazzi non sono solo numeri, voti, problemi da risolvere. Hanno pensieri, paure, sogni. Aggiunge che si vede senza futuro.

Non mi ha ancora davvero guardato negli occhi, come se la sua richiesta di colloquio fosse un’implosione non prevista, un fiume che doveva debordare, non importa con chi. Lo rassicuro, o almeno tento di farlo, spiegandogli che il futuro non è incerto solo per lui, ma anche per tutti noi. Che stupido, penso, proprio un bel modo di incoraggiare, anche se questo errore improvviso sembra rincuorarlo, alle volte abbiamo solo bisogno di rassicurazione.

Dice “Mi continuano a dire che non devo stare al pc ma poi sono loro i primi che sono troppo presi dalle loro vite, distratti dai social o dai problemi personali. Si accorgono di me solo quando sbaglio”. Rifletto profondamente. Penso che troppo spesso pensiamo di proteggere i ragazzi con regole e consigli, ma spesso dimentichiamo che la presenza autentica conta più di qualsiasi ammonimento. A volte il silenzio empatico di un adulto pesa più di mille parole sbagliate.

All’improvviso si alza, dice “devo andare” come se quella conversazione sia stata una distrazione involontaria del suo meccanismo di funzionamento, dice che deve rientrare in classe, aggiunge “grazie”.

Mi basta.

Immaginare un campo valoriale di riferimento per i cosiddetti soggetti in fase di sviluppo è diventata un’operazione difficile, che spesso richiede un forte lavoro metacognitivo sulla propria figura di educativa. Nell’incerto orizzonte semantico e pratico legato agli interventi sul campo il pensiero e le azioni di chi educa, genitore, insegnante, educatore, psicologo, rischiano da una parte di non avere basi sufficientemente coerenti, dall’altra di delineare percorsi incerti e poco credibili.

Come sottolinea Biesta nel necessario testo “Il mondo al centro dell’educazione”: “Ciò che sembra dimenticato, e qualcuno potrebbe dire convenientemente dimenticato, è il fatto che gli studenti non sono semplicemente l’oggetto di interventi educativi più o meno efficaci, ma sono soggetti a pieno titolo”.

Si evidenzia la necessità di mettere a punto  paradigmi aggiornati della formazione, che consentano agli individui di poter cogliere ed assecondare la complessità del reale e ridefinire le soggettività.

La continua costruzione-decostruzione del sé, che il nuovo sistema di vita comporta, richiede al soggetto una capacità di orientamento, che solo la formazione può offrire ed assicurare.

Si tratta di formare persone, soggetti predisposti al formarsi del pluralismo delle idee e delle culture, alla costruzione di dispositivi che sappiano integrare benessere e cultura, allo sviluppo di processi di integrazione in ogni ambito, quale premessa per una convivenza solidale in un mondo sempre più espanso ed allargato. 

La centralità del soggetto richiede uno sguardo poliedrico, a 360°gradi, che deve fare i conti con la complessità degli interventi educativi che vengono proposti ai soggetti dell’età della formazione, interventi che nel corso degli anni si sono moltiplicati e hanno assunto forme diverse. La stessa istituzione scolastica ha mutato pelle nel corso dei decenni e oggi più che mai si sta interrogando di fronte ai cambiamenti epocali che il soggetto umano sta vivendo in termini di formazione del sé e di sviluppo della persona.

La scoperta dell’educazione come facoltà ineludibile nella determinazione delle persone e del soggetto in generale assume una propria legittimazione, ponendosi in dialogo costruttivo con la psicologia, la filosofia, l’etica.

Nell’esperienza formativa e professionale, l’incontro con l’altro e in particolare con infanzia e  adolescenza significa proprio attivare più sguardi interpretativi, rileggere più volte il ruolo di educatore, interpretare simboli e miti del soggetto in educazione. Nelle situazioni più difficili l’attivazione di tale sguardo consente il disvelamento della trama di miti e di latenze che solitamente riguardano il soggetto sofferente, deviante, problematico. 

Quali sono le caratteristiche del soggetto educante? Esiste una sorta di cassetta degli attrezzi attraverso la quale ogni persona che si avvicina alla professione di educatore e docente può utilizzare come faro orientante, come una sorta di manuale d’uso?

La risposta è ambivalente e può sembrare ambigua, può essere affermativa ma può anche tramutarsi in negativa qualora alcune caratteristiche del soggetto non siano affini alle pratiche suggerite. Esiste una sorta di formula alchemica generale per gli educatori, una sorta di postura empatica che sicuramente fin dagli esordi aiuta a capire chi è più indicato nello svolgere tale professione.

La pratica sul campo permette di teorizzare una sorta di postura incline al soggetto che intende educare, colui che si appresta a formare con un ruolo di protagonista nel suo territorio, nelle scuole, negli spazi sociali, nella comunità educante.

L’adulto che si presta alla scommessa dell’originalità, del nuovo, perfino dello sconveniente nella relazione con l’altro e in particolare con le nuove generazioni deve poter sorprendere, deve scardinare, aprire un varco nella quotidianità e nel ritmo unico di tutti i giorni, deve insomma possedere una luce diversa negli occhi, nello sguardo e nella corporeità che ne determinano una vera e propria postura riconoscibile nell’atto educativo. 

Perché dunque una filosofia dell’educazione?

La risposta risiede nel fatto che ogni epoca sembra contraddistinta da uno spirito che in qualche modo condensa e unisce i sistemi di pensiero di un’epoca, pur nella permanenza di campi e settori estremamente eterogenei. 

In questo quadro non va dimenticato quale è lo scenario attorno al quale il mondo giovanile e quello dei minori in generale attinge le proprie rappresentazioni e muta a seconda del contesto sociale; in questo senso può giovare qui stilare una serie di situazioni simboliche e caratteristiche di questo periodo storico:

  • l’assenza della parola “futuro” nel panorama precario del mondo del lavoro e in generale dell’esistenza, la mancanza di possibilità di programmare futuri stabili; viene meno una dimensione necessaria della categoria del tempo, quel futuro che Agostino definiva “attesa”, declinabile come speranze e visione: Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già nello spirito l’attesa del futuro”.
  • La presenza di modelli adulti fuorvianti e incapaci di rendersi responsabili dei percorsi crescita, concentrati sul modello del selfish, lo sguardo narcisistico verso sé stessi e incapace di aprirsi all’Altro, un’assenza invisibile di tempi e di affetti nella vita dei propri figli che spesso costituisce il vero nodo del problema educativo, oggi;
  • un contesto scolastico che “addestra” al lavoro e che sempre meno valorizza la formazione umana della persona in sé stessa;
  • un rapporto sempre più stretto con la dimensione del digitale, riassunto dal termine onlife, che vede bambini e ragazzi immersi in un contesto nuovo rispetto al passato, una rivoluzione di cui non si può non tener conto e che risulta un passaggio ineludibile per interpretare le categorie dell’infanzia e dell’adolescenza;
  •  un marcato disinteresse nei confronti del “politico”;
  • una diffusa presenza di malattie e patologie legate all’ansia, al cibo, a forme di disagio strettamente connesse con il contesto sociale;
  • il bisogno fisiologico di apparire esteriormente attraverso i social networks e il legame con forme di comunicazione improntate sul potere dell’apparire, spesso mutuato dal mondo adulto; 

Ora, uno degli atteggiamenti più sbagliati e addirittura fuorvianti è quell’atteggiamento adulto che paragona e confronta il proprio modo di essere giovani con l’attuale, condensato con la classica frase “noi eravamo diversi”; questa postura identifica uno sguardo pessimista e giudicante nei confronti di un’età che rimane la più vitale dell’esistenza e che, se canalizzata nelle giuste condizioni, regala scenari di bellezza vertiginosa. 

La scuola può fare molto in questo senso per valorizzare e veicolare queste energie, e spesso per fortuna lo fa; vi sono una miriade di insegnanti che sanno intercettare empaticamente i propri gruppi classe, migliaia di docenti che si attivano per proporre progetti culturali capaci di trasformazione e generativi, contiamo anche su docenti preparati per riconoscere le forme di disagio e indirizzare nelle sedi preposte gli alunni più in difficoltà. 

Alcune forme di violenza giovanile trasversali ai ceti sociali di appartenenza testimoniano di un vuoto duro da colmare, le patologie del corpo e della mente dicono di un malessere diffuso che attraversa tutta la società, il vuoto valoriale adulto che è abitato dal paradigma dell’indifferenza, queste forme di disagio rappresentano un quadro preoccupante che deve risuonare come un campanello d’allarme per la comunità educante.

Sorge spontanea una domanda: quali sono le figure che sanno stare e sostare con i nostri bambini e i nostri ragazzi? Quali competenze specifiche devono essere padroneggiate da coloro che lavorano nei contesti educativi del contemporaneo? Ancora, vi è una comunità educante che intende far sistema attorno alle questioni vitali dell’agorà educativa?

Tale figura non esiste preconfezionata ma è essa stessa un soggetto costantemente in costruzione che è quella di una figura capace di stare e sostare con bambini e ragazzi, ovvero di accompagnarli nei loro percorsi di crescita con presenza, ascolto e consapevolezza. Questo implica non solo una preparazione teorica e pratica, ma anche una predisposizione umana all’accoglienza e alla riflessione condivisa.

Le competenze specifiche di questa figura includono competenze relazionali: la capacità di instaurare un rapporto empatico con i giovani, comprendendo i loro bisogni e le loro emozioni, competenze pedagogiche, attraverso la conoscenza di metodi educativi innovativi, capaci di rispondere alle sfide del contemporaneo, competenze di mediazione, grazie all’abilità di facilitare il dialogo e la collaborazione tra i diversi attori del contesto educativo., capacità di riflessione critica: l’educatore deve interrogarsi costantemente sul proprio ruolo e sulle dinamiche educative. Infine, la figura educativa non opera da sola, ma si inserisce in una comunità educante, un sistema di persone, istituzioni e risorse che collaborano per affrontare le sfide dell’agorà educativa— uno spazio di confronto, crescita e co-costruzione del sapere.

ARTICOLO DI
CONDIVIDI
ARTICOLI CORRELATI
Tinkering è l'Arte di Pensare con le Mani, un modo di fare scuola che apre nuove possibilità. L'idea di fondo è semplice quanto rivoluzionaria: la conoscenza non si trasmette, si costruisce. E si costruisce meglio quando le mani sono impegnate a creare un oggetto reale. Dalle sfide più fisiche, come la costruzione di una Mano Robotica in cartoncino, a quelle più digitali, con l'informatica, l'obiettivo rimane lo stesso: passare da consumatori passivi di tecnologia a "artigiani digitali".
L'accoltellamento a scuola di "Aba" Youssef riapre il tema della sicurezza, ma ridurre la risposta ai soli metal detector significa non affrontare le cause profonde. La vera prevenzione passa da educazione affettiva, accesso alla bellezza e politiche capaci di rigenerare legami invece di limitarsi a punire.
Al via il progetto triennale guidato da Casco Learning e sostenuto da Fondazione Cariparma. Una rete di oltre 50 partner tra scuole, università, imprese ed enti pubblici per potenziare l'educazione, come bene comune, unendo innovazione e inclusione.