“Grautivity”: l’educazione fuori dagli schemi di Christian Tessitore

Christian Tessitore, 24 anni, laureato in scienze dell’educazione, ha creato “Grautivity”: una comunità di autori che si occupa di educazione e innovazione.
Il nome nasce dalla fusione di tre parole chiave: Growth (crescita), Authenticity (autenticità) e Creativity (creatività). È uno spazio multidisciplinare che vive su diverse piattaforme —  sito web, video e social — e che ha un obiettivo ben preciso: intrecciare i saperi per trovare nuove strade. A partire dalla scuola. Quante volte abbiamo sentito dire: “Questo ragazzo non è motivato”, “Non si impegna”, “Vive nel suo mondo”? Ma siamo sicuri che il problema sia sempre dell’alunno? E se fosse il modello a dover essere ripensato? Con Grautivity, Christian propone di costruire una community, uno spazio sicuro per insegnanti, educatori e creativi dove condividere progetti, idee e conoscenze per una scuola realmente efficace.

Christian, partiamo dall’inizio. Com’è nato il progetto Grautivity?

È nato quasi per un gioco. Avevo un mio blog, dove parlavo di crescita personale, psicologia e neuroscienze, psicologia, a un certo punto ho capito che avevo bisogno di qualcosa di più ampio. Mi sentivo diverso dagli altri: io sono multipotenziale, nel senso che nutro molteplici interessi, faccio fatica a tenere un focus su una sola cosa, ho bisogno sempre di nuovi stimoli, mi piace sperimentare in ambiti diversi. Il problema è che non tutti hanno questo modo di vedere il mondo in maniera interconnessa, di collegare, di sperimentare. E ho voluto portare questa visione ad altri.

Qual è stato il punto di partenza?

Senza dubbio la scuola. Lì i saperi vengono sempre separati. C’è questa visione molto molto riduttiva della realtà. Per me invece era tutto estremamente interconnesso. E questa capacità a scuola non era compresa. Per questo ho sentito il bisogno di parlare di multipotenzialità, di agire affinché la scuola possa finalmente sprigionare la sua bellezza. Io credo nel potenziale delle persone, credo che ognuno abbia qualcosa da offrire al mondo e ognuno meriti di sentirsi bene nelle proprie diversità. Ricordo che a 16 anni mi dissi: voglio creare una società migliore, e quello è ancora il mio impegno. Grautivity vuole essere una community in cui insegnanti, educatori, artisti e creativi, possano costruire una visione nuova dell’educazione, intrecciando discipline diverse.

Se potessi ripensare il sistema scolastico, da dove partiresti?

Cambierei sicuramente la cultura alla base. Gran parte delle scuole, fondamentalmente, vive di vecchi paradigmi e si concentra sulla performance, sul voto finale, addirittura sulla correzione dei comportamenti. Serve una scuola basata sull’innovazione, sull’accoglienza, sulla valorizzazione delle diversità. Metterei al centro la persona, con approcci basati sulle neuroscienze e le evidenze scientifiche. Meno nozionismo e meno memorizzazione, più laboratori e sperimentazioni.

Parli spesso di innovazione educativa. Quali sono, secondo te, le innovazioni più urgenti da introdurre?

Ci sono tante esperienze interessanti: l’educazione outdoor, il coding, le tecnologie assistive. Ma più che sulle singole esperienze, parlerei di cambio di mentalità. Il vero cambiamento deve partire dal puntare sull’innovazione, cioè dalla creatività che si mette al servizio delle persone. Il problema è che purtroppo a livello nazionale, nelle conoscenze degli insegnanti manca proprio la ricerca di innovazione e a volte mancano gli strumenti che possono utilizzare.

Quali sono invece gli aspetti positivi, nella tua esperienza?

Noto una maggiore attenzione a temi come l’inclusione, le neurodivergenze, l’apprendimento esperienziale. Ci sono scuole che stanno iniziando a esplorare approcci più aperti e meno rigidi. Sono cose che anni fa ci sognavamo.

Nel tuo lavoro ritorna spesso il concetto di “pensiero divergente”. Come si può allenare?

C’è un libro che amo molto, Percezioni di Beau Lotto. Spiega come il nostro cervello utilizzi mappe mentali, che però molto spesso sono acquisite, non originali, e ci portano a fare quello che fanno tutti gli altri. Allenare il pensiero divergente significa trovare nuove angolazioni per risolvere i problemi, per delineare nuove mappe. Il nostro cervello è fenomenale, potentissimo. Chi è neurodivergente, soprattutto chi ha ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività ) o è multipotenziale o è autistico ha una mente molto più iperstimolata, quindi è più difficile raggiungere un obiettivo in modo lineare. La sfida è far capire che questa complessità è una risorsa, non un limite.

E la motivazione? Come si può stimolare davvero?

Le neuroscienze ci dicono che il cervello riesce ad essere più performante, quando c’è la motivazione, quando c’è una ragione dentro di te, che ha a che fare con le emozioni. Il problema è che siamo sommersi – dai social agli infiniti stimoli che riceviamo – di motivazioni esterne, che portano a convincerti che devi seguire alcune traiettorie perché tutti lo fanno, perché altrimenti non sei adeguato, non vai bene. Invece è importante ascoltarsi e sperimentare in prima persona. L’approccio del design thinking, dove le diverse discipline si uniscono e si sperimenta, è perfetto. Dobbiamo poi liberarci dalla fissità. Siamo esseri mutevoli, discontinui. L’identità è multiforme, quindi prende varie forme in base alle esperienze, in base all’ambiente in cui ti circonda, in base alla persona che sei. Una cosa che ho imparato per esempio è di apprezzare il processo: Grautivity ha cambiato due o tre volte in un anno e mezzo. Ma va bene così, perché è bellissimo ripensare, reinventare qualcosa, non pensarla come rigida, ma costantemente in metamorfosi.

Per chi ha ADHD o è multipotenziale, restare concentrati è difficile, ci sono delle strategie da mettere in campo?

Certo, Andrew D. Huberman spiega bene come funziona la dopamina e la concentrazione. Se stai lavorando, hai il PC di fronte, o stai studiando per un esame, se c’è il cellulare di fianco a te, quella è la zona della dopamina, quello può catturare la tua attenzione. Se lo metti il più distante possibile, allora lì già esci al di fuori di questa zona e aumenti la concentrazione. Un altro consiglio viene da Nicoletta Romanazzi, life coach autrice del libro “Entra in gioco con la testa”: suggerisce di dedicarsi 90 minuti ad un obiettivo raggiungibile, abbastanza sfidante da tenere alta la concentrazione. L’attività deve essere di proprio gradimento, oltre a rientrare nelle capacità possedute dalla persona (vedi stato di flow). Un obiettivo troppo ambizioso, al contrario, rischia di demotivare e far finire nel loop dell’autocritica. Nel caso ADHD ad esempio la dopamina è più carente, ed è più difficile trovare costanza nelle cose, perché non ci si sente stimolati. Un obiettivo troppo alto, specialmente con chi è soggetto a un carico più elevato di frustrazione, rischia di sortire l’effetto opposto a quello desiderato.

Come trasformare la diversità in risorsa?

La prima domanda da farsi è: mi sento meno stimolato, cosa posso fare per riattivare la mia attenzione? La risposta è creare nuovi stimoli, esplorare nuovi linguaggi, non fossilizzarsi. Sfruttare questa divergenza, questa curiosità per trovare nuove strade. È una sorta di hack mentale. Questo vale nella mia esperienza, ma ognuno è diverso. Tutti gli studi indicano che il cervello è profondamente interconnesso su tanti fonti, non è solamente logica, matematica, compressione verbale, è anche movimento corporeo, odore e sensazioni, tatto, musica, arte. Ci sono tantissime forme di apprendimento. Non c’è una singola forma di espressione, ce ne sono tantissime. Ad esempio, la scuola potrebbe introdurre il public speaking, insegnare a parlare in pubblico, o affrontare il tema di come ingaggiare l’attenzione. Su Casco Open Magazine, che apprezzo molto anche per la grafica, ho letto idee di questo tipo, mi ricordo di un contributo sul linguaggio che mi è piaciuto moltissimo, per l’impostazione, il tono leggero, molto sincero, e divulgativo.

Sì, è l’articolo di Stefano Manici che parla dei nuovi linguaggi degli adolescenti. Tornando a Grautivity quali sono i prossimi obiettivi, le prossime tappe?

Il mio intento è creare un progetto che riunisca tante voci, una rete vera, una ragnatela di idee e visioni, che funzioni in virtù delle varie parti commesse. L’innovazione esiste quando tante persone sono impegnate nella sua diffusione. In Italia abbiamo un po’ perso il senso di comunità. Ricostruirlo è fondamentale per far nascere qualcosa di davvero nuovo.

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