Peter Thiel – Il momento Straussiano

LiberiLibri, Macerata, 2025
(ed. originale: The Straussian Moment, 2007)

Vuoi capire come cambia l’occidente che vira verso sicurezza piuttosto che verso la libertà e guarda con tecnologico fastidio alla democrazia? Ecco, Peter Thiel te lo spiega con brutale chiarezza. Si può (si deve) non essere d’accordo ma non si può non confrontarsi con lui, fondatore e padrone di Palantir.

Una recensione di Piervincenzo Di Terlizzi


Leggere The Straussian Moment di Peter Thiel – tradotto in italiano nel 2025 da LIberiLibri di Macerata, è un po’ come entrare in una stanza dove il trauma dell’11 settembre, le illusioni della globalizzazione felice e le dispute tra filosofi del Novecento vengono fatti sedere allo stesso tavolo. Ne esce un testo denso, a tratti volutamente opaco, che non è solo una riflessione sulla politica americana dopo l’attacco alle Twin Towers, ma un tentativo di interrogare la fragilità strutturale dell’Occidente liberale.

11 settembre 2001

Il punto di partenza è netto: il XXI secolo, per Thiel, inizia davvero l’11 settembre 2001. In quelle ore, scrive, l’intero armamentario del mondo moderno – gli eserciti di deterrenza, gli Stati razionali, le procedure, le istituzioni multilaterali – viene messo in scacco da un nemico sfuggente, decentrato, disposto al suicidio, capace di sfruttare una tecnologia che amplifica la forza di pochi fino a renderla catastrofica. È il rovescio della retorica del progresso: la stessa tecnica che prometteva benessere e connessione universale offre a gruppi minuscoli un potere distruttivo senza precedenti.

La grande compensazione

Da qui, la diagnosi: per fronteggiare questa vulnerabilità, l’Occidente accetta una nuova “grande compensazione” fra libertà e sicurezza. Più controlli, più sorveglianza, più limitazioni, meno diritti per alcuni. Thiel non nasconde una certa impazienza verso le posizioni garantiste, liquidando il radicalismo dei difensori dei diritti civili come un lusso di un’epoca ormai tramontata. È uno dei punti in cui la sua voce si fa più schierata, e in cui la sua lettura della storia recente si inclina decisamente a favore della logica securitaria.

Il fallimento degli aiuti allo sviluppo

In parallelo, il saggio mette in discussione un altro grande mito del secondo dopoguerra: l’idea che massicci trasferimenti di ricchezza dal Nord al Sud del mondo, attraverso Banca Mondiale, FMI e cooperazione internazionale, avrebbero disinnescato le pulsioni violente garantendo sviluppo e stabilità. A posteriori, Thiel osserva con sarcasmo come gran parte di quelle risorse si sia dissolta in progetti inutili, circoli viziosi di debito, conti svizzeri di dittatori. Ma soprattutto contesta l’assunto di fondo: che la crescita economica sia di per sé sufficiente a neutralizzare il conflitto. L’11 settembre, agli occhi di Thiel, segna anche il fallimento di questo ottimismo economico-moralistico.

Ripartire dalla dicotomia amico/nemico

È qui che il testo cambia registro e si sposta sul terreno della teoria politica “alta”. Entrano in scena Carl Schmitt, Alexandre Kojève, Leo Strauss. Di Schmitt, Thiel riprende l’idea che la politica si definisca attraverso la distinzione amico/nemico e che non esista un ordine neutrale, definitivamente pacificato. L’orizzonte di un “mondo senza politica” viene messo in discussione proprio nel momento in cui sembrava compiersi, dopo il 1989, sotto forma di globalizzazione dei mercati, diritti umani, soft power democratico.

Kojève, invece, rappresenta il sogno – o l’incubo – della “fine della storia”: un’umanità riconciliata, in cui i grandi conflitti sono superati e ciò che resta è una vita ridotta a benessere, consumo, intrattenimento. Thiel insiste su questo: il passaggio dalla tragedia della guerra alla leggerezza dell’“entertainment” può nascondere non una soluzione, ma una rimozione. Una società che si diverte “fino alla morte” perde il contatto con la serietà delle questioni ultime, e proprio per questo rimane esposta al ritorno del tragico sotto forme impreviste.

Il paradosso della modernità

È sullo sfondo di queste tensioni che prende forma la “momento straussiano” evocato dal titolo. Leo Strauss, con la sua lettura dei classici e la sua teoria della scrittura “esoterica”, diventa per Thiel il pensatore che più lucidamente ha intuito il paradosso della modernità: la pretesa di trasparenza, di pubblicità universale del discorso, convive con la persistenza di verità politicamente esplosive, che possono essere dette solo a metà, “tra le righe”, a pochi lettori attenti. I grandi filosofi del passato, ricorda Strauss, scrivevano su due livelli: uno visibile, conforme alle attese della città; uno nascosto, per chi sa leggere oltre la superficie.

Thiel sembra affascinato da questo dispositivo. Nella sua ricostruzione, la filosofia politica non può limitarsi a raccontare il funzionamento ordinario delle istituzioni: deve misurarsi con i momenti fondativi e distruttivi, con i casi estremi – la guerra, lo stato di eccezione, il crollo di un ordine. Ed è proprio la consapevolezza di questi “casi estremi” a rendere inadeguato il linguaggio rassicurante della governance, delle procedure, dei trattati: un linguaggio che l’11 settembre ha reso improvvisamente insufficiente.

La parte forse più interessante del saggio, al di là delle singole tesi, è il tono: Thiel scrive come se volesse scalfire la superficie liscia del pensiero liberale contemporaneo, costringendolo a fare i conti con ciò che preferisce non vedere. La sua prosa alterna analisi storica, richiami filosofici, scarti ironici verso le ingenuità dell’Occidente benpensante. A tratti, però, questa strategia rischia di trasformarsi in compiacimento: la critica alle illusioni altrui non si accompagna sempre a un chiarimento altrettanto rigoroso delle proprie premesse.

L’élite (tecnocratica) ne sa più del popolo

Sul piano più strettamente politico, il saggio lascia qualche ombra. La contrapposizione tra sicurezza e libertà è descritta quasi come un automatismo ineluttabile, più che come un terreno di scelte e conflitti democratici. L’idea che, di fronte a nuove minacce, i diritti debbano “naturalmente” farsi da parte viene presentata con una facilità che solleva interrogativi: qui la lezione di Strauss sull’ambiguità del potere e sui pericoli di una élite che “sa” più del popolo sembra utilizzata per giustificare, più che per problematizzare, una certa verticalizzazione delle decisioni.

Al tempo stesso, la critica alla fede tecnologica ed economica ha una punta di lucidità profetica. Thiel intravede molto presto il nodo: una società che delega alla crescita, alla tecnica e allo spettacolo il compito di tenere insieme il corpo sociale corre il rischio di ritrovarsi improvvisamente nuda quando irrompe l’evento imprevisto – la guerra, il terrorismo, il collasso finanziario. Il “momento straussiano” è appunto questo istante in cui le categorie tranquillizzanti non reggono più, e si è costretti a tornare alle domande scomode: che cos’è la politica? quale prezzo siamo disposti a pagare per la sicurezza? chi decide, e per conto di chi?

Il fragile presente

Alla fine, The Straussian Moment non offre soluzioni operative, né un programma politico chiaro. Offre piuttosto un clima: un senso di inquietudine lucida nei confronti dell’ordine liberale, una diffidenza verso ogni narrazione finale – la fine della storia, il trionfo del mercato, la pace perpetua – e un invito a tornare a quei pensatori che hanno preso sul serio il conflitto, il potere, il tragico. È un testo che chiede tempo, che chiede di essere attraversato più che consumato; e che, al di là delle sue inclinazioni ideologiche e dei suoi punti discutibili, ha il merito di ricordarci che la politica non si lascia chiudere in una cornice definitiva, e che il nostro presente è più fragile di quanto amiamo raccontarci.

Il testo in inglese (The Straussian Moment) è liberamente scaricabile qui
Il testo in italiano lo si trova presentato presso il sito della casa editrice LiberiLibri

Nota a margine
Aluisi Tosolini

Abbiamo dedicato una precedente recensione a testo che si ispira a Peter Thiel e nasce dentro Palantir. Si tratta del volume di Alexander C. Karp – Nicholas W. Zamiska  intitolato The Technological Republic (2025) che abbiamo discusso proprio su Casco Open Magazine e che va letto in parallelo al testo che qui Piervincenzo Di Terlizzi ha presentato con grande maestria.

Crediamo che confrontarsi con Peter Thiel e con le sue posizioni decisamente urticanti non sia rinviabile e costituisca un momento fondante della nascita di una diversa narrazione ed un nuovo motivato, ragionato ed argomentato impegno nei confronti di una politica del bene comune che nasca dal basso valorizzando ogni persona rispettata nei suoi diritti e responsabilizzata nei suoi doveri.

Senza una nuova elaborazione culturale anche percorsi quali intelligenza artificiale antropocentrica e transforming education si riducono a vuoti ritornelli. Ed è per questo che Casco Learning continua ad approfondire queste sfide, che sono sfide chiave per il futuro.