L’infanzia e l’adolescenza tra solitudine digitale, disuguaglianze e nuove responsabilità educative
L’Atlante dell’Infanzia (a rischio) in Italia 2025 di Save The Children, significativamente intitolato Senza filtri, propone un’analisi densa e multilivello della condizione dei minori in Italia, mettendo in luce la tensione crescente tra opportunità digitali e vulnerabilità educative.
Il quadro che emerge è quello di una generazione esposta a un flusso continuo di stimoli, informazioni, immagini e contenuti che spesso impattano sulla costruzione dell’identità in modi profondi, rapidi e non mediatizzati dagli adulti.
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda la crescente presenza di contenuti violenti e inappropriati nel percorso digitale di bambini e adolescenti. Il report documenta che quasi un terzo dei ragazzi tra 11 e 13 anni ha visto contenuti violenti, percentuale che si mantiene elevata (21%) anche tra i 14-17enni .
Accanto a questo fenomeno emergono esposizioni preoccupanti: il 16% dei preadolescenti si imbatte in contenuti sessuali, il 14% in materiali discriminatori, il 10% in temi legati all’autolesionismo, e il 7,8% in contenuti che trattano l’uso di armi o comportamenti illegali .
Dati che raccontano una generazione costretta a confrontarsi precocemente con un immaginario adulto, spesso violento, e quasi sempre privo di contestualizzazione critica.
A ciò si aggiunge una seconda dinamica: non solo i contenuti a cui si è esposti, ma la continuità dell’esposizione stessa. L’Atlante registra come tra i bambini di 0-6 anni vi sia un numero crescente di “prime volte digitali”. Il 51% accede stabilmente a contenuti multimediali, il 27% utilizza frequentemente applicazioni, il 17% naviga in autonomia e il 13% utilizza regolarmente piattaforme video come YouTube .
Questo quadro digitale si intreccia con una trasformazione più ampia delle relazioni familiari. Durante il periodo pandemico, il report ha analizzato il tempo dei genitori e osservato che la presenza dei figli all’interno delle narrazioni quotidiane è scesa dal 30% al 19% nel giro di due anni, un dato che segnala una riduzione del tempo condiviso e del dialogo intergenerazionale spontaneo .
Un indicatore che riflette pressioni lavorative, stress, riorganizzazione dei ritmi domestici e un aumento del ricorso agli schermi come soluzione immediata di intrattenimento.
Nello stesso tempo, aumentano i rischi legati alla sovraesposizione delle immagini dei minori online. In Italia, il 43% delle informazioni personali pubblicate sui bambini dai genitori permette – secondo quanto riportato dal report – un’identificazione diretta del minore attraverso nome, cognome, scuola o altri riferimenti sensibili .
Si tratta del fenomeno noto come sharenting, che può generare effetti imprevisti: perdita del controllo della propria immagine digitale, rischi di diffusione impropria, violazioni della privacy, costruzioni identitarie mediate dallo sguardo altrui sin dalla primissima età.

Nel viaggio che l’Atlante dell’Infanzia e dell’Adolescenza compie dentro le fragilità contemporanee, il corpo emerge come uno dei territori più esposti e vulnerabili dell’esperienza adolescenziale. È attraverso il corpo che ragazzi e ragazze cercano riconoscimento, appartenenza, approvazione; ma è attraverso il corpo che, sempre più spesso, passano anche ansia, precarietà emotiva, senso del fallimento.
L’Atlante descrive un paesaggio mutato: i social network hanno trasformato il corpo in un display permanente, uno spazio da modellare, esibire, confrontare. Il fenomeno dei selfie, ad esempio, non è soltanto una pratica quotidiana, ma una sorta di grammatica emotiva con cui gli adolescenti cercano conferme immediate. Il selfie non condiviso — quello usato per controllare capelli, pelle, abiti prima di uscire — è diventato un gesto rituale, un modo per verificare la propria “accettabilità” sociale, come raccontano gli stessi giovani coinvolti nel report. Questa ricerca continua di un’immagine “adeguata” si inserisce in un contesto in cui il corpo è costantemente sotto osservazione. Le trasformazioni fisiche naturali dell’adolescenza, un tempo esplorate con pudore e talvolta confusione, oggi si intrecciano con modelli estetici irraggiungibili, filtri di perfezione e algoritmi che selezionano contenuti sempre più omogenei, generando un confronto incessante.
Il risultato è un conflitto crescente con la propria immagine. Nel 2023, secondo i dati riportati dall’Atlante, il 44,1% degli adolescenti si dichiara insoddisfatto del proprio corpo, mentre il 58% ha difficoltà a mostrarlo e l’84% considera il controllo alimentare uno strumento utile per migliorare l’estetica corporea, con una prevalenza netta tra le ragazze.
È una pressione estetica che non si limita al trucco o all’abbigliamento, ma coinvolge pratiche più invasive: alcuni adolescenti ricorrono a filtri sempre più sofisticati, fino a non riconoscersi più, mentre altri inseguono “challenge” fisiche pericolose come l’Arc de Triomphe, il Bikini Bridge o la Collarbone Challenge, esempi di un ipercontrollo corporeo che spaventa genitori e terapeuti.
Il corpo, dunque, diventa un campo di battaglia: aspirazioni estetiche, insicurezze, bisogni di approvazione e fragilità interiori si intrecciano. È significativo che per il 65% dei ragazzi tra i 14 e i 17 anni il più grande desiderio per il futuro sia “stare bene con il proprio corpo”, più della stabilità economica o della riuscita scolastica, come riporta un’indagine citata dall’Atlante.
Accanto al tema dell’immagine, si osservano con crescente preoccupazione fenomeni più complessi, come l’autolesionismo, descritto dagli esperti intervistati nel report come un tentativo di ristabilire un confine, una “pelle che contiene” quando la tensione interna diventa troppo elevata. Il corpo, in questi casi, è il luogo attraverso cui si esprimono emozioni non mentalizzate, non pensabili, che trovano nel taglio una forma di linguaggio e di richiesta implicita di contenimento adulto. La fragilità dell’immagine corporea si lega anche all’uso crescente di psicofarmaci, soprattutto senza prescrizione medica. L’Atlante registra dati di particolare rilievo: 510 mila adolescenti (21%) tra i 15 e i 19 anni hanno assunto almeno una volta psicofarmaci senza prescrizione, con una forte differenza di genere — 16,3% tra le ragazze e 7,5% tra i ragazzi nell’ultimo anno.
Tra le tipologie più utilizzate emergono farmaci per rilassarsi o favorire il sonno (8,4%), seguiti da quelli per l’umore, l’attenzione o il controllo del peso, quest’ultimo con valori tripli per le adolescenti rispetto ai coetanei.
Accanto a queste forme di vulnerabilità digitale, l’Atlante ricorda come la povertà educativa continui a rappresentare una frattura strutturale nel nostro Paese. Oltre 1,3 milioni di minori vivono in condizioni di povertà assoluta, mentre quasi il 20% abita in luoghi privi di spazi culturali, sportivi o ricreativi facilmente accessibili. A livello territoriale persistono differenze nette: aree dove la scuola è presidio fondamentale, ma dove mancano biblioteche, centri giovani, trasporti adeguati, e perfino spazi pubblici curati e sicuri.
Il quadro si completa con i dati sugli adolescenti più grandi: tra i 14 e i 17 anni, uno su tre riferisce di sentirsi spesso solo, una condizione che trova rispondenza nell’aumento dei casi di ansia, stress scolastico e difficoltà emotive segnalate da insegnanti e operatori dell’infanzia. Questi elementi compongono una narrazione coerente: l’adolescenza contemporanea è attraversata da fragilità che non sono solo individuali, ma strutturali, e che riguardano tanto gli ambienti fisici quanto quelli digitali.
In questo scenario, la scuola si conferma non soltanto luogo di apprendimento, ma spazio di socializzazione e presidio di benessere. L’Atlante sottolinea come gli studenti cerchino adulti capaci di “vedere oltre il voto”, di interpretare il disagio non come mancanza di impegno ma come segnale di una complessità più ampia, e di costruire contesti educativi in cui l’errore sia parte del processo e non marchio identitario. Da qui si delinea una direzione di intervento: non solo proteggere i minori, ma rendere leggibile il loro mondo, accompagnarli nella comprensione delle dinamiche digitali, sostenerli nella formazione emotiva e relazionale.
L’educazione all’Intelligenza Artificiale diventa parte integrante di questa missione.
Come ricorda l’Atlante, l’AI rappresenta una delle sfide educative decisive: può amplificare la creatività e supportare l’apprendimento, ma può anche consolidare stereotipi, produrre dipendenze, alimentare bias cognitivi e ridurre lo spazio dell’esplorazione personale se usata senza consapevolezza.
Per questo, una formazione critica all’intelligenza artificiale non è un accessorio tecnologico, bensì una nuova alfabetizzazione democratica. Significa aiutare i giovani a capire perché un algoritmo suggerisce certi contenuti, come funzionano i meccanismi di amplificazione, come riconoscere una manipolazione, come distinguere il supporto alla scrittura dalla delega totale del pensiero.
Nonostante il quadro complesso delineato dall’Atlante, emergono con chiarezza anche dimensioni di resilienza, luoghi e pratiche che continuano a rappresentare per gli adolescenti vere e proprie ancore di benessere. Nel panorama spesso saturo di pressioni estetiche e tensioni emotive, la cultura, la lettura e lo sport si configurano come spazi in cui il corpo e la mente possono abitare forme più armoniose di presenza e di crescita.
L’Atlante mostra come, nonostante la pervasività dello smartphone, molti ragazzi trovino nella lettura una via per rallentare, concentrarsi, immaginare. La sezione Leggere & Scrivere restituisce il ritratto di adolescenti che, pur immersi nel digitale, si “perdono nei libri”, riscoprendo il piacere del silenzio, delle storie e della riflessione personale. Sono spazi interiori che contrastano l’immediatezza dei social e permettono di costruire una propria voce, un proprio linguaggio, non filtrati da algoritmi o metriche di gradimento. Accanto alle pagine, anche il movimento conserva un ruolo fondamentale. Lo sport, nelle sue forme individuali e soprattutto collettive, rappresenta per molti ragazzi un territorio di riconnessione positiva con il corpo — non quello performante o estetizzato dei social, ma quello che sente, corre, fatica, ride. L’Atlante racconta come esperienze all’aria aperta, campi estivi, percorsi di gruppo in natura abbiano ritrovato slancio nel post pandemia, diventando antidoti concreti all’isolamento e all’iperconnessione. Sono luoghi in cui il corpo smette di essere un’immagine da valutare e torna a essere una presenza viva, capace di relazione, gioco, appartenenza.
La cultura, in senso ampio, appare anch’essa come un vettore di speranza. Laboratori artistici come quello descritto nell’Atlante — un percorso di esplorazione dell’immagine corporea condotto con gli studenti di un liceo artistico — mostrano quanto i ragazzi siano capaci di generare bellezza, creatività e pensiero complesso quando trovano spazi sicuri, non giudicanti, condivisi.
In quelle ore passate scalzi a disegnare, scrivere, muoversi liberamente, emerge una rappresentazione plurale e autentica del sé, lontana dalle distorsioni dei filtri digitali e vicina a un corpo vissuto, abitato, riconosciuto. Sono esperienze che ricordano come gli adolescenti non siano definibili soltanto attraverso fragilità o criticità. L’Atlante invita a guardare alle risorse: la loro capacità di immaginare, di trasformare, di intrecciare relazioni significative quando trovano adulti e contesti capaci di ascoltare senza giudicare.
I dati dell’Atlante mostrano anche un altro punto essenziale: la generazione attuale non chiede protezioni, ma presenze. Entra ed esce dai social con leggerezza solo apparente, ma chiede spazi reali dove sentirsi riconosciuta; attraversa ambienti urbani frammentati, ma cerca luoghi dove immaginare collettivamente; usa tecnologie avanzate, ma ha bisogno di adulti capaci di dare un senso al loro uso.
Per questo, le politiche educative non possono limitarsi all’emergenza, ma devono abbracciare una prospettiva sistemica: rafforzare le relazioni scolastiche, sostenere le famiglie nella gestione della vita digitale, riqualificare spazi urbani, creare comunità educanti diffuse, rendere l’AI un alleato e non un sostituto della crescita.
Solo così sarà possibile rispondere alla sfida posta dal titolo dell’Atlante: trasformare un “rischio senza filtri” in un cammino con guide competenti, con adulti presenti, con legami significativi e con strumenti critici adeguati ad abitare un mondo—fisico e digitale—che richiede ogni giorno più consapevolezza.
L’Atlante si può scaricare a questo link: https://www.savethechildren.it/cosa-facciamo/pubblicazioni/xvi-atlante-dell-infanzia-a-rischio-senza-filtri