Maurizio Ferraris – La Pelle

Il Mulino, 2025

La pelle. Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale
Che cosa differenzia l’essere umano dall’automa e dall’intelligenza artificiale? La volontà, l’essere un corpo, il desiderio. E la morte, che ci rende unici.

Una recensione di Aluisi Tosolini


Il volume di Maurizio Ferraris, La pelle. Che cosa significa pensare nell’epoca dell’intelligenza artificiale, (Il Mulino, 2025)  si presenta come un saggio decisamente ambizioso. A fine lettura, infatti, ci si domanda se Ferraris abbia voluto tentare di mettere a sistema tutte le riflessioni degli ultimi anni, ovvero di elaborare una teoria “completa”, ampia, che affronta non un aspetto o un settore della realtà ma tenta di abbracciare quanta più realtà gli è possibile (quello che un tempo in filosofia si chiamava, appunto, sistema).

E il punto di partenza è proprio l’autonoma Pinocchio che non solo appare in copertina ma anche nelle prime righe del testo. Ferraris, del resto, ha più e più volte utilizzato nella sua ricerca la figura di Pinocchio, anche, ad esempio, nel testo del 2021 Documanità. Filosofia del mondo nuovo del 2021 stupendamente video recensito da Mara Fornari per Casco Learning.

Le prime righe di La pelle, così recitano: “Che cosa manca al burattino per diventare un bambino? Che cosa abbiamo noi che l’intelligenza artificiale non possieda?” (Prologo, pag. 7).

In La pelle Ferraris affronta cioè la questione cruciale dei rapporti mente-materia e mente-macchina, utilizzando l’emergere dell’Intelligenza Artificiale (IA) come strumento filosofico per illuminare per contrasto l’anima umana. Il libro offre una cornice ontologica robusta per navigare le sfide etiche poste dall’IA, confutando le “pretese iperboliche” e gli “sproloqui” di un presunto superamento dell’umanità da parte delle macchine.

I. Il percorso (quasi un “sistema”)

Ferraris esplicita con grande chiarezza, sin dal prologo, il percorso del volume che si snoda in 6 passaggi da lui definiti argomenti fondamentali:

  1. “il carattere distintivo dell’organismo in generale, e dunque anche dell’intelligenza naturale, è il primato della volontà sull’intelletto” (p. 13);
  2. Il confronto tra (una) intelligenza artificiale e l’umano avviene da millenni, di certo dall’invenzione della scrittura in poi. In tutte le versioni di questo confronto la mente artificiale è una mente imitata (di cui parlava già Turing). L’automa getta così luce sull’anima e ne fa emergere i caratteri distintivi: la vita e la volontà. E così il primo capitolo del testo si intitola proprio “La mente imitata – fenomenologia” (pp 19ss);
  3. “la specificità della intelligenza naturale – non solo umana, ma di ogni vivente – consiste nell’essere situata in un corpo; ed è proprio la circostanza di essere una mente incarnata che traccia la differenza essenziale tra naturale e artificiale. Pensiero è ciò che si trova in un corpo, e le manifestazioni del pensiero, sulle pareti di una caverna o nella memoria di un computer, non sono l’estensione della mente, bensì la sua registrazione. Da questa capitalizzazione si potrà ricavare altro pensiero (ognuno di noi è erede di una cultura), ma perché ciò avvenga è necessaria la pressione di un bisogno, di una volontà o di una ragione” (pag. 14). Alla discussione di questi aspetti è dedicato il secondo capitolo intitolato “La mente incarnata (ontologia). Ogni titolo di capitolo, come abbiamo visto sopra, ha anche un sottotitolo esplicativo. Che, in questo caso, così recita: “Il tratto distintivo dell’intelligenza naturale consiste nell’essere collocato in un corpo, che a sua volta è situato in un mondo” (pp. 81 ss).

    Come scrive Ferraris la mente (ovvero il complesso di intelligenza, volontà, coscienza e ragione) è tale se soddisfa quattro condizioni:

    a. è in un corpo e in un mondo (ontologia),
    b. si potenzia con la tecnica dando vita al mondo dello spirito e alla coscienza (tecnologia)
    c. è in grado di pronunciare enunciati veri intorno a sé e al mondo (epistemologia)
    d. può perseguire dei fini ed è a volte in grado di dar senso al mondo (teleologia)
  4. la mente umana, emergendo da un organismo capace di usare sistematicamente degli apparati tecnici, è una mente attrezzata, ossia si apre a modalità d’uso come tali precluse all’intelligenza artificiale, che è un utensile, laddove la mente umana è capace di sviluppare tecnologie. Siamo umani in quanto siamo animali e siamo animali più complicati, più felici e più infelici degli altri, perché disponiamo – in noi e soprattutto fuori di noi – di automi molto potenti, di tecnologie che si chiamano fuoco, ruota, stazione eretta, linguaggio, educazione e cultura. (p. 14). Il capitolo terzo (pp. 123 ss) si intitola così “La mente attrezzata (tecnologia). Diversamente da tutti gli altri organismi, l’animale umano possiede una connessione sistematica con i meccanismi tecnici. Ed è questa circostanza che lo rende umano”;
  5. la mente umana, nell’incontro con la tecnica, genere il mondo dello spirito. Capitolo quarto: “La mente capitalizzata (epistemologia). La tecnica possiede una capacità di capitalizzazione che genera il mondo dello spirito: una parte di quel mondo è l’epistemologia, il sapere.” (pp. 199 ss);
  6. oltre a generare il mondo dello spirito e del sapere la mente umana, nell’incontro con la tecnica, genera anche il mondo dei fini. SI tratta di quella che Kant chiama ragione, ovvero la facoltà dei fini. Così il quarto capitolo porta come come titolo e sottotitolo le seguenti affermazioni: “La mente finalizzata (teleologia). La volontà non è solo la pulsione che differenzia l’automa, ma conferisce un fine; ed è il possesso di questa finalità che rende possibile la razionalità che dà senso al mondo, quando ci riesce” (pp. 245 ss)

II. La tesi ontologica: la pelle come interfaccia umana

Ferraris affronta la questione dell’IA da un punto di vista eminentemente pratico, mirando a smontare l’illusione che l’intelligenza artificiale attuale, o anche quella realisticamente futuribile, possa aspirare alla coscienza, alla sensazione o alla volontà autonoma.

La macchina attuale è incomparabilmente più semplice e rudimentale, simile a un “pallottoliere sofisticato” piuttosto che a un tessuto nervoso naturale. Esse sono “meri strumenti nelle mani” dei loro utilizzatori umani, perseguendo scopi decisi da questi ultimi.

La tesi centrale di Ferraris è che la differenza tra l’umano e la macchina non è meramente tecnica o di complessità computazionale, ma è ontologica. La macchina non diventerà mai uomo.

Per Ferraris, ciò che incarna questa differenza è il corpo, e in particolare, la pelle. La pelle funge da confine e soglia, l’interfaccia tra l’organismo naturale (interno) e il mondo esterno, inclusa la tecnica e l’apparato meccanico. È la sede del sentire e, crucialmente, l’indizio della volontà e l’inizio della volizione. La macchina non possiede questa pelle sensibile; può essere rivestita, ma non “sente”. Come il burattino di Collodi che non diventerà mai bambino, la macchina resterà macchina. Macchina bambina: la child machine che Alan Turing voleva istruire-allenare

III. Volontà, etica e razionalità: il primato del fine

Il concetto chiave è la distinzione tra intelligenza e volontà. L’IA è certamente intelligenza (capacità di calcolo e raziocinio), ma le manca la volontà. Sebbene la macchina compia calcoli in modo veloce e preciso, emulare non è pensare.

Il saggio insiste sul fatto che l’umano, in quanto animale volente, possiede impulsi, iniziative e bisogni che non sono comandati da altro. La macchina, al contrario, compone elenchi e segue routine, ma non vuole, non spera, non desidera.

Questo deficit di volontà ha profonde implicazioni etiche, richiamando la filosofia morale di Immanuel Kant. Ferraris sottolinea che solo la “volontà buona” è concepibile come incondizionatamente buona. L’Intelligenza Artificiale non può perseguire autonomamente una “volontà buona,” in quanto le sue azioni dipendono interamente dalle istruzioni dell’algoritmo. La differenza ontologica si manifesta nella diade passivo-attivo: da una parte l’IA, che esegue, dall’altra l’umano, che possiede fini e tende a realizzarli.

IV. La centralità della morte

Ferraris lega inoltre la volontà umana alla consapevolezza della morte. La coscienza della propria “inevitabile fine” è ciò che conferisce senso alle cose e rende ogni attimo irripetibile, spingendo gli umani ad assegnare un fine. Questa consapevolezza (assente negli artefatti) è l’origine della volontà e dei fini etici.

Un altro elemento filosofico fondamentale è il ruolo della ragione. Ferraris afferma che la volontà “conferisce un fine; ed è il possesso di questa finalità che rende possibile la razionalità”; e che “La ragione è la facoltà dei fini”.

V. Il circolo tecnoantropologico e la critica al transumanesimo

Ferraris contesta apertamente il transumanesimo, considerandolo un concetto “vago e irrealistico”. Egli propone invece una teoria del raddoppiamento per spiegare l’origine dello “spirito” umano. Per Ferraris, il corpo naturale si sdoppia nello spirito (la forma storica e cosciente) grazie al legame con la tecnica.

Questa idea si basa sul circolo tecnoantropologico: se l’uomo costruisce la tecnica, la tecnica ridefinisce l’uomo. L’autore suggerisce che il pensiero, la cultura e la storia umane siano la conseguenza della “difettosità biologica” che ha reso necessaria la tecnica per la sopravvivenza. Teoria che rimanda alle riflessioni di Arnoldo Gehlen ed al suo testo L’uomo. La sua natura e il suo posto nel mondo.

La tecnica, attraverso l’esaptazione (il riuso di un tratto per una funzione diversa da quella per cui è nato) e l’ibridazione con l’organismo, genera lo “spirito”. La scrittura è vista come una “pelle tecnologica e trascendentale”, lo strumento di registrazione fondamentale che permette il passaggio dallo stato naturale a quello culturale.

VI. La digitalizzazione come capitalizzazione e il rischio etico

Il volume analizza anche le implicazioni sociali e politiche dell’IA. Ferraris riprende il concetto di capitalizzazione del sapere, dell’attenzione e dell’esperienza. Ogni gesto lasciato in rete viene registrato e trasformato in valore, come ha sostenuto in Documanità.

Il punto urgente sollevato da Ferraris è il rischio tecnoantropologico: oggi, il circolo tra uomo e tecnica è sempre meno simmetrico. Gli algoritmi rafforzano e normalizzano le distorsioni cognitive umane. Il vero pericolo non è che la macchina ci imiti, ma che l’uomo finisca per imitare la macchina, venendo “ottimizzato, addestrato, parametrizzato per essere compatibile con il sistema”.

VII.  Per una filosofia dell’IA

La pelle invita a una filosofia dell’IA che non si limiti a descrivere la potenza dell’automa, ma si interroghi sulla finitezza dell’uomo e il valore del limite. Se l’IA potenzia la parte computazionale del pensiero, essa rivela per contrasto ciò che manca alla macchina: pelle, volontà, storia, fallibilità.

Il messaggio per chi lavora in ambito educativo (e in particolare nel settore della transforming education) è che dobbiamo ripensare la nostra specificità: l’anima non è un contenitore vuoto, ma un nodo dinamico di volontà, corpo e mondo. Non ha senso temere che la macchina acquisisca coscienza, ma ha senso temere che l’uomo dimentichi di essere tale. L’opera di Ferraris fornisce gli strumenti concettuali per distinguere chiaramente la sfera dell’esecuzione meccanica (IA) da quella della volizione etica (l’umano), radicando la differenza nell’esperienza sensibile e morale della finitezza.

La macchina getta luce sull’anima non come un rivale da superare, ma come uno specchio che costringe l’uomo a riconoscere la propria irriducibile natura incarnata e volente.

E in questo percorso torna centrale lo snodo della morte come unicum dell’umano. Ma restituiamo, su questo, la parola a Maurizio Ferraris stesso che nelle ultime due pagine dell’epilogo tira le conclusioni – con suo linguaggio scoppiettante ed ironico – del percorso compiuto.

Epilogo
Maurizio Ferraris

Per non tirarla troppo per le lunghe e dire qualcosa che aspiri ad essere concludente vorrei chiudere ricapitolando i tre punti fondamentali che ho esposto in questo libro e che dimostrano che l’intelligenza artificiale non pensa perché non vuole pensare, e che la child machine, il sogno di Turing di trasformare un burattino in un bambino (ci sono commoventi pagine in cui fantastica dell’educazione di un computer bambina), esiste solo nel romanzo di Collodi.

Primo. L’intelligenza non è tutto il pensiero, bensì il pezzo di pensiero che esegue calcoli, ragionamenti logici e segue una routine. Sotto questo profilo, l’intelligenza artificiale e quella naturale non si distinguono, e la nostra mente è piena di intelligenza artificiale di qualità mediocre (si pensi ai pin, ai discorsi sul tempo o all’ennesima lezione sul test di Turing).

Secondo. Il pensiero non è rivolto primariamente alla conoscenza, ma possiede principalmente finalità pratiche. «Passami il sale», «Come potrò farmi notare dalla ragazzina con i capelli rossi?», «Questa è l’ultima sigaretta che fumerò in vita mia» occupano la nostra mente molto più di «Qual è la capitale dell’Estonia?» e «Qual è il più alto numero primo?».

Terzo. Che cosa ci spinge ad avere questi interessi, ossia da dove viene l’iniziativa – la volontà, il bisogno, la paura, la speranza – che noi abbiamo (in compagnia di gatti, puma ed elefanti) e che non possiedono né i computer né le sveglie né i mulini a vento? Dal fatto di essere un corpo, che le macchine non hanno, in nessun senso serio del termine.

Se insisto su questo punto non è per questioni di parole, che contano poco, ma di cose. Noi, diversamente dai computer, siamo corpi viventi; in quanto organismi, abbiamo solo due posizioni, vivo o morto, e, se morto, per sempre.

Ed è proprio da queste circostanze – trascurate da tutti coloro che, a mia conoscenza, si sono occupati dell’intelligenza artificiale: e lo scrivo nella speranza di essere smentito – che deriva l’altrimenti misteriosa «iniziativa», il fatto che dobbiamo darci da fare esercitando il tratto fondamentale dell’organismo umano, che non è l’intelligenza, bensì la volontà. Le macchine, invece, si accendono e spengono moltissime volte; perciò ci guardano con l’indifferenza delle mummie di Federico Ruysch; e, diversamente da quelle, non prenderanno mai l’iniziativa di intonare un coro, a meno che siano state programmate da un mortale. (pp. 293-294)

Maurizio Ferraris 

insegna Filosofia teoretica all’Università di Torino, dove è presidente del Laboratorio di ontologia (LabOnt) e del centro di ricerca Scienza Nuova che sviluppa e discute progetti legati all’incontro fra STEM e umanesimo nel quadro della attuale rivoluzione tecnologica (https://www.scienzanuovainstitute.com/ . Editorialista del «Corriere della sera», ha insegnato nelle maggiori università europee, americane e asiatiche e ha scritto più di settanta libri.

Tra questi Storia dell’ermeneutica (Bompiani, 1988), Dimmi dove sei. Ontologia del telefonino (Bompiani, 2011), L’imbecillità è una cosa seria (Il mulino, 2016), Postverità e altri enigmi (Il mulino, 2017), Tecnosofia. Tecnologia e umanesimo per una scienza nuova (con Guido Saracco, Laterza, 2023);  Documanità. Filosofia del mondo nuovo (Laterza, 2021); Manifesto del nuovo realismo (Laterza, 2022); Imparare a vivere (2024), Comunismo digitale. Una proposta politica (Einaudi 2025)