Oltre la tecnofobia. Il digitale dalle neuroscienze all’educazione

Raffaello Cortina Editore, Milano 2025

Vittorio Gallese, Stefano Moriggi, Pier Cesare Rivoltella


Tre affermati studiosi in tre campi diversi (neuroscienze, filosofia del digitale, media education e didattica) convergono in questo agile volume (un pamplet con decisa vena polemica) per denunciare i rischi della tecnofobia e proporre una diversa lettura delle sfide contemporanee a riguardo del digitale e dell’intelligenza artificiale.

In sostanza, ed in estrema sintesi, il volume

  1. esplora il modo con cui il digitale contribuisce a modificare le nostre percezioni, le relazioni interpersonali e il senso del reale. E lo fa partendo dal corpo, la nostra prima interfaccia con il mondo. In questa ottica (che è una ripresa dei ragionamenti svolti da Gallese – Morelli nel volume Cosa significa essere umani?) viene precisato il ruolo degli artefatti culturali che definiscono la natura umana. La centralità del corpo, dello spazio noi-centrico, del sé corporeo e del suo radicamento nelle esperienze senso motorio, la embodied cognition aiutano a leggere la realtà digitale in modo nuovo ed inedito invitandolo a superare molti luoghi comuni;
  2. si interroga su che cosa significhi “essere e restare umani” nell’epoca in cui il digitale e le sue tecnologie stanno ridisegnando le soglie attraverso cui ogni giorno attribuiamo senso al mondo. In questa ottica vengono criticamente affrontate alcune narrazioni con cui molti si illudono di comprendere l’innovazione tecnologica cercando di venire a capo di una gigantesca transizione culturale con gli strumenti spuntati del buon senso, oppure dei divieti, dell’algebra morale o prudenziale costruita attorno alle tavole dei “rischi” e delle “opportunità”, alle facili dicotomie tecnofobiche che vedono contrapposto uomo a macchina, naturale a artificiale, reale a virtuale;
  3. analizza il tema del controllo (e del divieto) nella relazione tra educazione e tecnologie digitali. Qui, partendo dal Fedro di Platone e interrogando i classici della media education (Meyrowitz e Buckingham), viene studiato il tema della perdita del controllo sulla conoscenza per giungere poi ad un dettagliato approfondimento delle implicazioni pedagogiche del controllo sugli utilizzatori delle tecnologie (“controllare non è educare” è l’emblematico titolo del terzo capitolo della terza parte del volume, pp. 139 ss).  In chiusura viene poi proposta la lezione della Media Literacy fatta di senso critico, responsabilità, resistenza. Tre aspetti che concretamente – ed educativamente – possono essere declinati a partire dalle “3 A di Tisseron”, psichiatra e psicanalista che da più di 30 anni studia il rapporto dei bambini con gli schermi. Si tratta di Alternanza, Autoregolazione, Accompagnamento. 3 A che richiedono una presenza reale ed un diverso modo di essere degli adulti (e i tre autori citano più volte la posizione nettissima di Matteo Lancini che proprio agli adulti addebita buona parte della responsabilità della “crisi” degli adolescenti). E su questo tema è obbligatorio rimandare alle riflessioni di Stefano Manici proprio su questo Open Magazine

Chi è l’umano? A lezione da Nietzsche

Il volume si presta a moltissimi approfondimenti transdisciplinari e non è qui possibile percorrere tutti i sentieri che i tre autori disegnano.
Così, in modo molto soggettivo e personale, elenco solo quattro questioni che mi hanno colpito e che, a mio parere, colgono nel segno del dibattito culturale (e quindi anche sociale e politico) oggi accesissimo attorno al digitale e all’intelligenza artificiale.

  1. Privilegiare le domande piuttosto che le facili risposte: gli autori lungo tutto il testo segnalano la necessità di assumere davvero il metodo scientifico come guida dei propri studi (e quindi anche delle proposte concrete che ne derivano). È un richiamo a Popper e alla Società aperta, al falsificazionismo piuttosto che al verificazionismo, alla problematizzazione piuttosto che alla facile adesione a teorie non dimostrate e che anzi spesso confondono causalità con correlazione, pregiudizi con giudizi critici, retrotopia con utopia.
  2. Ripensare la relazione uomo/tecnologie. In questi ultimi anni è stata riscoperta la lezione di un filosofo francese che in un’opera del 1958 ha fornito un punto di vista decisamente utile e interessante per le nostre analisi. Il filosofo è Gilbert Simondon e l’opera si intitola Du mode d’existence des objets techniques (tradotta in italiano nel 2020 dalla casa editrice Orthotes con il titolo Del modo di esistenza degli oggetti tecnici). Simondon sostiene che la tecnologia non può essere ridotta al solo scopo utilitaristico (serve per…) ma produce sempre nuove relazioni tra le persone, tra le cose e tra le persone e le cose: la tecnologia è una rete di relazioni. Le tecnologie sono dunque la pelle dell’umano e chiedono di ridisegnare in modo decisamente nuovo l’analisi del rapporto uomo/tecnica e uomo mondo.
  3. Uomo al centro: ma quale uomo? E siamo così al cuore delle questioni. Come ha più volte sottolineato Cosimo Accoto la domanda cruciale da farsi quando si sentono affermazioni quali “mettere l’uomo al centro, intelligenza artificiale antropocentrica (cfr AI act europeo), human in the loop” è: quale uomo?  I tre autori di Oltre la tecnofobia identificano l’errore (e il rischio) più grave della tecnofobia digitale proprio in una idea immutabile di uomo e umanità. Umanità che sarebbe oggi sotto l’attacco del digitale e dell’intelligenza artificiale come ieri era sotto attacco della TV o prima ancora della stampa a caratteri mobili o della stessa scrittura (cfr. Platone e il suo terrore di perdere “potere e centralità”; Platone che, non a caso, Popper mette tra i nemici della Società Aperta). Ma chi è questa umanità? L’uomo che si fa portare da una macchina a guida autonoma – chiede sempre Accoto – è lo stesso che aveva imparato a calcare un asino migliaia di anni fa?
    Chi meglio di altri ha scritto cose chiarissime al riguardo è Friedrich Nietzsche che in Umano troppo umano ha identificato il difetto ereditario di tutti i filosofi proprio nella mancanza di senso storico e quindi nella concezione immutabile di “uomo”. Il tre autori lo citano espressamente ma qui io riporto integralmente il passo ripreso da Menschliches, Allzumenschliches perché credo aiuti a fare chiarezza e costringa tutti noi a fare i conti con la “concezione” di umano che abbiamo in testa e che conseguentemente applichiamo poi alle relazioni uomo/uomo, uomo/tecnica, uomo/mondo.
  4. Centralità della politica e deriva tecnocratica. Il volume di Gallese, Moriggi, Rivoltella declina chiaramente l’orizzonte sociale e politico della sfida attuale: smontare la falsa alternativa tra il polo dei tecnofobi e quello dei tecno ottimisti ingenui lasciando intendere che il vero conflitto non è tra essere umano e tecnologia, ma tra visioni del mondo. Da qui la necessità di lottare contro una tecnologia che sta diventando il veicolo del populismo industriale. Per farlo è necessario partire da una tecnologia umanista o dello spirito.

Un libro da leggere.
‎‎‎‎‎ ‎

Friedrich Nietzsche
UMANO TROPPO UMANO – il comune difetto dei filosofi

Tutti i filosofi hanno il comune difetto di partire dall’uomo attuale e di credere di giungere allo scopo attraverso un’analisi dello stesso. Inavvertitamente «l’Uomo» si configura alla loro mente come una æterna veritatis, come un’identità fissa in ogni vortice, come una misura certa delle cose. Ma tutto ciò che il filosofo enuncia sull’uomo, non è in fondo altro che una testimonianza sull’uomo di un periodo molto limitato. La mancanza di senso storico è il difetto ereditario di tutti i filosofi; molti addirittura pendono di punto in bianco la più recente configurazione dell’uomo, quale essa si è venuta delineando sotto la pressione di determinate religioni, anzi di determinati avvenimenti politici, come la forma fissa dalla quale si debba partire. Non vogliono capire che l’uomo è divenuto e che anche la facoltà di conoscere è divenuta; mentre alcuni di loro si fanno addirittura fabbricare, da questa facoltà di conoscere, l’intero mondo. Ora tutto l’essenziale dell’evoluzione umana è avvenuto in tempi remotissimi, assai prima di quei quattromila anni che all’incirca conosciamo e durante i quali l’uomo non può essere gran che cambiato. Ma nell’uomo attuale il filosofo vede «istinti» suppone che essi appartengano ai fatti immutabili dell’uomo e possano quindi fornire una chiave alla comprensione del mondo in generale: tutta la teologia è basata sul fatto che dell’uomo degli ultimi quattro millenni si parla come di un uomo eterno, al quale tendono naturalmente tutte le cose del mondo. Ma tutto è divenuto; non ci sono fatti eterni: così come non ci sono verità assolute. Per conseguenza il filosofare storico è da ora in poi necessario, e con esso la virtù della modestia.

Friedrich NietzscheMenschliches, Allzumenschliches – Umano troppo umano, Adelphi, Milano (a cura di G. Colli e M. Montinari), vol. I, parte prima, § 2