Benanti, Maffettone – Noi e la macchina

Luiss University Press, Roma 2024

Noi e la macchina. Un’etica per l’era digitale

Paolo Benanti è teologo, filosofo, docente all’università Gregoriana, unico italiano componente dell’AI Advisory Body dell’Onu che il 19 settembre ha pubblicato il rapporto Governing AI for humanity, francescano del Terzo Ordine Regolare consulente vaticano per le questioni etiche connesse all’algoretica, la bioetica, il postumano.

Sebastiano Maffettone, filosofo, è docente di filosofia politica alla Luiss dove dirige l’Osservatorio Ethos, ha insegnato in molte prestigiose università mondiali.

I due studiosi collaborano da tempo (ad esempio con editoriali sul Corriere della sera) e soprattutto nel Festival vite digitali. Ed è proprio a partire dall’edizione del 2022  che si è sviluppato il progetto di questo volume.

Obiettivi

Gli obiettivi del volume sono molto chiari e ben specificati:

  1. occorre guardare al mondo della tecnologica andando oltre la sola dimensione tecnologica. Ovvero dobbiamo avere piena consapevolezza della portata di trasformazione sociale, economica, culturale ad essa connessa;
  2. le AI (intelligenze artificiali) hanno una sempre maggiore capacità predittiva ma non possiedono  altrettanta capacità esplicativa (p. 11);
  3. nel processo in cui la macchina si umanizza mentre l’uomo si macchinizza occorre avere chiaro che “ciò che occorre è umanizzare la tecnica e non macchinizzare l’uomo” (11);
  4. ne consegue che “occorre riportare al centro dei processi di decision making non solo le tecniche ma anche tutta una serie di dimensioni antropologiche ed etiche. C’è Bisogno di una nuova agorà”

Il libro – scrivono gli autori – “intende mettere le basi per un processo collettivo di formazione …. per far rifiorire l’umano nella stagione” che sempre essere caratterizzata dal sempre più significativo potere della machina sapiens.

Il  “pregiudizio umanistico”

Altrettanto forte è la dichiarazione degli autori che esplicitamente dicono di assumere il “pregiudizio umanistico” come punto di avvio della loro ricerca e della loro proposta. Il che non significa che “gli esseri umani siano oggettivamente più importanti di altre creature, ma solo che sono più importanti per noi” e che quindi “al cospetto della condizione digitale sia del tutto legittimo e urgente recuperare la difesa dell’umano” (12-13).

Tutto il testo è così attraversato dalla (ed intrecciato con la) affermazione che fa da titolo ad un testo del 2022 di Benanti (Human in the loop). La dizione human in the loop, con la esplicita affermazione della necessità di mantenere e rafforzare il controllo umano dentro e sui sistemi di AI, identifica oggi una delle più significative zone di dibattito su etica e tecnologia, etica e intelligenza artificiale, etica e digitale.

Il percorso del testo

Il volume si dipana con grande chiarezza lungo un percorso che

  1. parte dal digitale con una precisa descrizione dei caratteri fondamentali della intelligenza artificiale, della comunicazione al tempo digitale e della centralità dei dati (cap. 1)
  2. attraversa ed interroga il senso stesso della tecnologia ricostruendo le diverse interpretazioni offerte dagli studiosi: tecnologia come techné-strumento; tecnologia come essenza disumanizzante della modernità; tecnologia costrutto sociale e strumento ermeneutico della realtà e dell’umano; (cap. 2)
  3. affronta il tema dell’etica “partendo da zero”, ovvero fornendo al lettore che ne sia sprovvisto una presentazione generale del tema “etica” guidandolo con esempi e precise schematizzazioni ad una teoria del valore che si esprime in due diversi modi: come autorealizzazione oppure come rispetto. Viene poi discusso lo “scontro” tra due grandi teorie etiche, quella dell’utilitarismo (con il principio della massimizzazione dell’utilità) e quella basata sui diritti morali. Per ognuna vengono evidenziati gli elementi positivi e le problematicità (ad esempio per la teoria dei diritti morali dobbiamo fare i conti con il fatto che i diritti possono configgere tra di loro – ad esempio sicurezza è privacy – e che non tutti gli umani accettano gli stessi valori). Proseguendo i due studiosi riprendono la distinzione tra buono (ovvero ciò che corrisponde ai miei ideali morali) e giusto (rappresentato dal sottoinsieme di valori etici politicamente rilevanti su cui tutti dovrebbero essere d’accordo (pag. 93) che ci consegna immediatamente il complicato problema (e assoluta necessità) di un’etica pubblica universale. E non si creda che tutto questo ragionare non abbia concretissime ricadute proprio nei nuovi contesti digitali: si pensi ad esempio alle automobili a guida autonoma oppure all’uso delle armi letali autonome – Laws – Lethal autonomous weapons systems.
  4. attraversa il tema della politica e della democrazia (cap 4) dove si evidenzia una radicale scissione tra società e istituzioni con una fortissima crisi di legittimazione di queste ultime. La questione centrale concerne allora la possibilità che i nuovi media digitali aiutino a superare questa empasse (95). I due autori sostengono la “tesi che i nuovi media hanno difetti e rischi ma che, allo stesso tempo, non è possibile ipotizzare un ritorno al passato, a un mondo in cui i media digitali non giochino un ruolo importante nella formazione dell’opinione pubblica e quindi della democrazia” (96). La scommessa è che tre fattori concomitanti (a. aumento della competenza dell’utente medio, b. attenzione politica dei governi e degli istituti internazionali; c. autoregolamentazione delle grandi compagnie che controllano il mondo della comunicazione digitale) possano garantire un miglioramento della qualità dell’informazione e quindi della politica. A occhio si tratta di un desiderio complesso da realizzare, soprattutto perché, ad esempio, “gli algoritmi adoperati dalle piattaforme sono creati per massimizzare l’attenzione e non la risposta critica” (116).
  5. il capitolo 5 analizza le conseguenze economiche e sociali che le imprese che operano nel settore digitale generano a livello generale. Il punto dipartenza è la presa d’atto della concentrazione di ricchezza e di potere nella mani di poche compagnie e piattaforme (Google, Amazon, Meta, Tik Tok,…) e del modello di business sotteso che è del tipo winner take all (o most) che si traduce nel fatto che pochissimi hanno moltissimo e molti hanno poco  (o niente). Come se ne esce? Il capitolo rivisita il tema a partire dalla teoria di Rawls sostenendo una soluzione fondata sull’uguaglianza delle opportunità e sul principio di differenza rivisti alla luce dell’innovazione collegata al digitale. Il che ha conseguenze rilevanti: infatti “il principio di equa eguaglianza di opportunità esige che tutti abbiano la possibile di seguire un iter educazionale che li metta in condizioni di competere su un mercato sempre più influenzato dalla digitalizzazione” (156) mentre i costi correlati dovrebbero essere sostenute (in nome del principio di differenza) dalle grandi compagnie informatiche che traggono profitto dal sistema.

La proposta finale: sostenibilità digitale e centralità della formazione

Benanti e Maffettone chiudono il loro saggio delineando una possibile via di uscita costituita dalla sostenibilità digitale, ovvero un “approccio etico che include criteri, principi o orientamenti in grado di aiutare la celta di policy, tra diverse opzioni, in materia di digitale. Approccio che poggia sulla capacità dell’opzione scelta di durare nel tempo congiunta con la tutela dei più svantaggiati dalla digitalizzazione” (161). Ovviamente sostenibilità non è qui intesa solo nel in senso ecologico ma si allarga alla dimensione politica, economica e sociale. Vengono così ipotizzate dal testo alcune linee di ricerca quali: digital divide, apporto del modello cooperativo, education, tutela ecologica digitale.

Sono pagine densissime, molto chiare, concrete e ricche di spunti. Decisamente interessante, nell’ottica ad esempio di Casco Learning e dell’intero mondo dell’educazione, l’approdo di queste riflessioni che “non può che focalizzarsi sulla formazione di coloro che saranno protagonisti di tutto questo. E’ solo l’education che potrà rimuovere lo svantaggio epistemologico e pratico, per favorire la partecipazione attiva di tutti nel mondo digitale” (171).

Da qui la necessità di ripartire dalla digital literacy e dalla media education (rispetto alla quale, sinceramente, il volume dice piuttosto poco utilizzando una bibliografia molto stringata e datata: Galliani 2002, D. Baacke 1997). In sintesi un volume decisamente interessante per l’ampiezza dei temi affrontati e per la scelta di “partire dalle basi” delle diverse questioni aiutando così i lettori non esperti (in un uno o più degli ambiti trattati) a entrare in possesso degli “attrezzi” e delle nozioni chiave per poter discutere e costruire una propria visione e consapevolezza critica. Applicando quindi già nella stesura del testo quel principio della centralità dell’education che costituisce in ultima analisi la proposta finale della ricerca.


Il volume presentato su Luiss University Press