“Dipende dalla classe”, un libro scomodo e potente

Ho conosciuto e apprezzato Michele Arena nel suo progetto educativo “Il Porto delle storie” diversi anni fa, un progetto molto significativo capace non solo di accogliere ragazzi di un quartiere periferico rendendoli protagonisti attraverso la Parola ma anche di provocare la scuola come modello che non riesce ad agganciare queste situazioni. Il suo sguardo si avvicina molto al mio sguardo sull’educazione, che muove dalla mia esperienza di educatore in progetti informali e oggi da insegnante.

“Dipende dalla classe” è un libro che non lascia spazio alla neutralità: scuote, interroga, e in molti passaggi mette profondamente a disagio chiunque abbia un ruolo educativo. Michele Arena costruisce un testo capace di incrinare certezze già fragili, portando alla luce le contraddizioni di un mestiere difficile e spesso idealizzato senza essere realmente compreso.

Uno degli elementi più forti del libro è il punto di partenza autobiografico. Arena non scrive da una posizione distante o accademica, ma da un vissuto concreto: quello di un ragazzo cresciuto in un contesto fragile. Questo sguardo incarnato gli permette di ribaltare completamente la prospettiva tradizionale sull’educazione. Nel suo racconto, il “basso” — gli studenti, i contesti marginali, le fragilità — si eleva fino a diventare il vero punto di osservazione, mentre l’“alto” — la scuola, le istituzioni, gli adulti — perde la sua apparente solidità e si sgretola, mostrando crepe fatte di pregiudizi, automatismi e, in alcuni casi, veri e propri abusi di potere educativo.

È proprio questo ribaltamento a generare una sensazione di vertigine nel lettore. Arena non accusa dall’esterno, ma coinvolge tutti: educatori, insegnanti, operatori sociali. Il risultato è una presa di coscienza scomoda, perché suggerisce che il problema non è solo il sistema, ma anche le pratiche quotidiane che, spesso inconsapevolmente, contribuiamo a perpetuare.

L’intento provocatorio dell’autore è esplicito e dichiarato, ma non è mai fine a sé stesso. La provocazione diventa uno strumento pedagogico: serve a destabilizzare per aprire spazi di pensiero nuovi. In questo senso, il libro ha un grande merito: sorprendere il lettore con una visione inedita della figura educativa, costruita attraverso ricostruzioni di vita reale, esempi concreti e dati che rafforzano l’analisi senza appesantirla.

Uno dei nuclei teorici più rilevanti è il tema del potere asimmetrico nella relazione educativa. Arena mostra come questa asimmetria non sia un accidente, ma una struttura radicata da secoli, che continua a organizzare i rapporti tra chi educa e chi viene educato. Oggi, sottolinea l’autore, questo squilibrio rischia di essere ulteriormente amplificato da un contesto sociale segnato da derive regressiste: il ritorno a forme di nazionalismo, la ricerca di ordine e controllo, la persistenza — spesso esplicita — di modelli patriarcali e razzisti. In questo scenario, la scuola rischia di diventare non un luogo di emancipazione, ma uno spazio di riproduzione delle disuguaglianze.

Particolarmente lucida è anche la riflessione sul linguaggio. Arena invita a interrogarsi su termini ormai entrati nel lessico educativo, come “povertà educativa” o “marginalità”. Queste espressioni, apparentemente neutre o descrittive, possono in realtà contribuire a rafforzare le distanze tra chi possiede privilegi e chi ne è privato. Il linguaggio, quindi, non è mai innocente: nomina il mondo, ma allo stesso tempo lo costruisce e lo cristallizza.

In questo passaggio il libro dialoga idealmente con il pensiero di bell hooks, in particolare quando affronta il tema della marginalità. Come nelle riflessioni di hooks, anche qui emerge l’idea di una “radicalizzazione della marginalità”: non come condizione da colmare o correggere, ma come posizione critica da cui osservare e trasformare il sistema. Arena rilancia questa prospettiva proponendo un’educazione orizzontale, capace di riconoscere e mettere in discussione il privilegio di chi educa, trasformandolo in uno strumento di dialogo e consapevolezza.

Tra i concetti più suggestivi del libro spicca quello di “educare debolmente”. È un’espressione che colpisce perché ribalta un’aspettativa comune: l’educazione non come esercizio di forza, controllo e definizione, ma come pratica aperta, capace di lasciare spazio all’imprevisto e alla soggettività. Arena pone una domanda cruciale: è meglio una classe tranquilla o una classe consapevole? La risposta non è esplicita, ma il percorso del libro suggerisce che la tranquillità, spesso, è il risultato di un controllo che limita la libertà, mentre la consapevolezza implica conflitto, movimento, vitalità.

Da qui nasce una critica netta al modello scolastico basato su livelli, voti e misurazioni. Arena immagina una scuola diversa, fondata sulla fiducia, sulla possibilità per gli studenti di sentire gli spazi come propri, e sulla certezza di essere tutelati dagli adulti. Non si tratta di eliminare le regole, ma di ripensarle in una prospettiva relazionale e non gerarchica.

Il libro si conclude con una proposta che ha il sapore di una vera e propria rivoluzione organizzativa: trasformare i consigli di classe in équipe socio-educative. Non più luoghi dominati dalla burocrazia e dalla gestione amministrativa, ma spazi di confronto autentico, in cui le diverse figure educative possano dialogare, condividere responsabilità e costruire insieme percorsi significativi per gli studenti.

In definitiva, Dipende dalla classe è un testo che destabilizza, ma proprio per questo necessario. Non offre soluzioni semplici né rassicuranti, ma apre domande urgenti sul senso dell’educare oggi. È un libro che chiede di essere letto con disponibilità al dubbio e alla messa in discussione, e che lascia il lettore con una consapevolezza nuova: educare non è mai un atto neutro, ma una pratica profondamente politica.

Ci teniamo a riscrivere la bio dell’autore ricavata dal suo stesso  libro

Figlio di due amorevoli genitori comunisti, insieme a loro frequenta Feste dell’Unità, ospedali, ufficiali giudiziari amanti degli sfratti e case popolari. Si diploma con il minimo dei voti al professionale di Firenze. Dopo 10 anni da addetto alle pulizie, un giorno legge su un manifesto «corso di formazione per operatori delle marginalità sociali». Si iscrive, inizia a lavorare in un centro diurno per minori e, improvvisamente, capisce di esserlo sempre stato, una marginalità sociale. Da 20 anni lavora come educatore, a 47 si laurea in Scienze dell’educazione con una tesi sulle dinamiche di potere legate alla classe sociale a scuola. Nel frattempo ha pubblicato due romanzi per Mondadori e fondato la scuola di scrittura no profit Porto delle Storie.