- Stati generali a Perugia del dottorato nazionale in Peace studies
- La lezione di Tomaso Montanari e Le tre ghinee di Virginia Woolf
- Pace, educazione e scuola
- Maria Corina Machado: premio Nobel per la pace 2025
- Fermiamo le guerre e il riarmo
- Salviamo l’ONU: è la nostra casa comune
- Fermiamo il genocidio e la pulizia etnica in Palestina
- 2-0-2-6-2-4-0-9
- È scesa la sera su Perugia: con chi fare pace?
- Cantieri di pace
Stati generali a Perugia del dottorato nazionale in Peace studies
Alle 10 si sono aperti, presso la sede dell’Università per stranieri di Perugia, gli stati generali dei dottorandi e delle dottorande negli studi per la pace realizzati all’interno dell’Assemblea dell’Onu dei Popoli organizzata a Perugia dalla fondazione PerugiAssisi per la cultura della pace.
Da due anni, grazie al lavoro di Runi Pace, la rete delle università della pace coordinata da Marco Mascia, ha infatti preso avvio il primo dottorato di interesse nazionale dedicato ai Peace studies. Il dottorato è gestito dall’Università la Sapienza e diretto dal prof. Alessandro Saggioro. Primo nel suo genere in Italia e a livello internazionale il dottorato promuove un percorso innovativo di alta formazione e di ricerca interdisciplinare sulle tematiche del conflitto e della pace. Al suo interno 10 curricula che si occupano di temi differenti tutti convergenti sull’idea di costruzione di pace, ma attraverso approcci e discipline differenti. Tra i temi un posto centrale è riservato ai percorsi connessi a scuola, educazione, migrazioni e pace.
Gli stati generali sono stati aperti dal Magnifico Rettore Valerio De Cesaris che ha ricordato tre diverse figure che hanno lavorato e insegnato all’Università per stranieri.
In primo luogo Aldo Capitini, padre della nonviolenza in Italia, poi Carlo Sforza che fu rettore dell’Università per Stranieri di Perugia dal 1947 al 1952, un periodo durante il quale ricoprì anche la carica di Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana impegnandosi nella promozione di un’Europa federale.
E da ultima Maria Montessori, pedagogista che dell’educazione alla pace ha fatto il cuore del suo insegnamento ed impegno anche all’Università per Stranieri.
E il rettore Valerio De Cesaris ha citato una frase di Maria Montessori che costituisce un’ottima sintesi del percorso e degli obiettivi del dottorato nazionale Peace Studies. Disse Montessori: “dobbiamo organizzare la pace preparandola scientificamente nell’educazione”.
La lezione di Tomaso Montanari e Le tre ghinee di Virginia Woolf
La lectio magistralis è stata tenuta da Tomaso Montanari, rettore dell’Università per stranieri di Siena che si è chiesto cosa significhi per l’università essere oggi istituzione di pace.
Montanari ha preso le mosse da Virginia Woolf e dal suo testo “Le tre ghinee”, scritto nel 1938 alla vigilia della seconda guerra mondiale.
Nel testo la Wolf risponde a chi le chiede una offerta per le università dicendo che le sue tre ghinee le darà indicando come dovrebbe essere riformata l’università per essere una istituzione di pace.
Due i passaggi:
- L’università deve smettere di essere il luogo del dominio del maschile (e per stare ad oggi basti pensare che solo il 25% dei professori universitari sono donne)
- L’università deve dismettere i sontuosi abiti che caratterizzano le diverse cerimonie accademiche. Woolf con una analisi geniale spiega che esiste un rapporto tra l’alta moda accademica e rettorale e le macerie della guerra. Del resto gli abiti più sontuosi sono spesso proprio le divise dei soldati.
- Noi donne, dice Woolf, a cui è proibito indossare questi abiti, dobbiamo decostruire ciò che sta sotto questi abiti che sono la manifestazione plastica della logica della competizione, del possesso, della gerarchia. Se vogliamo davvero prevenire la guerra non possiamo – dice la Woolf – seguire le vostre parole e i vostri metodi ma dobbiamo decostruire e cambiare le parole e i metodi.
E da qui Tomaso Montanari ha preso spunto per una analisi concretissima del ruolo dell’università e del sistema formativo nei confronti per la pace.
Ecco le sue parole
Pace, educazione e scuola
Agli stati generali incontro un vecchio amico con cui ho lavorato per anni a Parma con il centro servizi volontariato.
È Francesco Camattini, dirigente scolastico in provincia di Parma e al momento uno dei dottorandi in Pace Studies. Gli ho chiesto della sua ricerca, che si potrebbe riassumere così: quando la scuola riproduce le disuguaglianze.
“Io ho la fortuna di potermi occupare –mi dice Francesco – di un tema molto delicato e di poter svolgere la mia ricerca sul mio territorio, ovvero Parma e provincia. In particolare io mi occupo di comprendere se la scuola sia un contenitore in cui le disuguaglianze di partenza – di ordine economico-sociale – dei minori con background migratorio vengono riprodotte oppure al contrario la scuola contribuisce ad interromperle, ovvero mette in atto meccanismi virtuosi di mobilità sociale.
La mia ricerca – continua Camattini – si appunta sull’idea che esiste una violenza strutturale che attraversa le istituzioni scolastiche che non dipende dalla cattiva volontà dei singoli, ma che sta alla base di alcuni meccanismi che rendono la scuola meno accessibile per categorie svantaggiate di persone. Faccio riferimento, per esempio, alle difficoltà linguistiche e alla difficoltà di inserimento in un tessuto sociale nuovo per chi ha dei percorsi migratori. Per quanto riguarda le scelte scolastiche per esempio, dopo la fine del primo ciclo le disuguaglianze tra italiani e minori con cittadinanza non italiana riguardano anche le informazioni (un vero e proprio capitale informativo) cruciali, che permettono un buon orientamento verso le scuole superiori e successivamente verso l’università.
Il tema è comunque molto complesso poiché si intrecciano molti fattori differenti, tra cui per esempio il consiglio orientativo che – hanno notato studi recenti-è un dispositivo di segregazione piuttosto che di promozione delle capacità dei minori con cosiddetto background migratorio. Banalmente a parità di capacità minore come migratorio è indirizzato verso un istituto professionale mentre un minore italiano no. Così nella mia ricerca mi chiedo se l’educazione alla pace possa essere un dispositivo di interruzione della catena delle disuguaglianze che vengono riprodotte in ambiente scolastico”.
Maria Corina Machado: premio Nobel per la pace 2025

Mentre partecipavo agli Stati generali Marco Mascia ha interrotto la sessione per comunicare il nome della vincitrice del premio Nobel per la pace 2025.
E questo è il commento che in diretta Marco Mascia mi ha rilasciato.
Fermiamo le guerre e il riarmo
In contemporanea con gli stati generali dei dottorandi nella Sala dei Notari di Palazzo dei Priori si è tenuta la seconda sessione dell’Assemblea dell’Onu dei Popoli. Coordinati da Guido Barbero sono intervenuti una decina di rappresentanti internazionali di associazioni, chiese, movimenti di base, organizzazioni non governative, a ricordare come l’Onu sia in primo luogo Onu dei popoli e come sia necessaria un’azione popolare dal basso come leva per il cambiamento.
A chiudere la mattinata è stata Teresa Masciopinto, presidente della Fondazione Banca Etica il cui intervento si è focalizzato sull’impegno della società civile nei confronti del disarmo e della costruzione della pace.
Masciopinto ha ricordato che le armi sono prodotti e come tutti i prodotti sottostanno alle logiche del mercato. Ovvero devono essere consumate ed usate perché solo in questo modo c’è produzione e mercato. Mercato che, come dice il rapporto Sipri, vale per il 2024 la cifra astronomica di 2700 miliardi di dollari.
Cosa fare allora?
Tre le proposte concrete:
- Riscoprire l’attivismo radicale rispetto alle nostre scelte economiche e di business. Ovvero scegliere da che parte stare tutti i giorni, comprando prodotti che parlino di pace. Mettendo i nostri risparmi in investimenti di pace. È un po’ quello che mi raccontava ieri Francesca Albanese nel lungo podcast di Tintoria.
- Tornare a fare politica a tutti i livelli facendosi rappresentare da persone realmente e convintamente pacifiste.
- Pretendere la trasparenza sui commerci di armi. Fondazione Banca Etica pubblica annualmente il Report ZERO ARMI che fotografia il coinvolgimento del mondo finanziario con l’industria militare e opera per favorire pratiche positive da parte del settore bancario. L’obiettivo è tenersi stretta la legge 185 del 1990 che promuove trasparenza su import export armi e che dà al parlamento controllo sul commercio. E non si può tuttavia tacere che l’attuale governo ha messo in discussione la legge con una riforma già approvata in Senato. Dobbiamo impegnarsi per bloccarla ricordando che trasparenza significa responsabilità e impegno da parte di ognuno di noi.
Chiudendo la sessione Guido Barbera, a riguardo della legge 185/90, ha ricordato i tre grandi padri di questa legge che negli anni ci hanno lasciati. Si tratta di don Tonino Bello, di Eugenio Melandri e di Graziano Zoni. Tre giganti di quella stagione cui sono fiero di aver partecipato come condirettore di Missione oggi, allora diretta da Eugenio Melandri e che assieme a Nigrizia, diretta da Alex Zanotelli, fu la forte voce della campagna civile e popolare che portò alla legge 185.
Un tuffo al cuore. Un salto all’indietro in altri tempi e altri mondi. Un tempo pieno di speranza in un cambiamento a misura d’uomo.
E ripensando ad allora, in confronto ad adesso, non posso che risentire frullarmi in testa la voce, le parole e le note di Marracash. La sua “Gli sbandati hanno perso” rischia di diventare l’inno della mia generazione (ascoltala qui).
L’ultima strofa così recita:
Qual è la soglia che accetto?
Dov’è la voglia di un tempo?
Fra’, gli sbandati hanno persoChissà come andrà, solo a me sembra che
Tutti quelli che conosco in fondo sono fuori di testa?
Sparano in città come fossimo in Texas
Siamo ancora qui, non ci fermiamo mai, mai, mai, maiA chi chiederà: “Come va?” digli che
Avevamo solamente il sogno di una vita diversa
Tanto noi la pace l’abbiamo già persa
Ci piace così, tutti pieni di guai, guai, guai, guai, guai
Avevamo il sogno di una vita diversa. Ripenso aa chiusura del diario di ieri: forse non siamo stati capaci di dar corpo a questo sogno di vita diversa.
Chissà.
Salviamo l’ONU: è la nostra casa comune
Marco Mascia, Micaela Frulli (Università di Firenze), Jean Fabre (già vicedirettore dell’UNDP) e Andrea Tamagnini (alto funzionario Onu) aprono la prima sessione pomeridiana. Dedicata all’ONU.
Una sessione breve ma intensa che ha toccato non solo temi generali e di diritto quanto situazioni concretissime che stanno mettendo in crisi l’Onu. Da un lato mediante il mancato finanziamento dell’organizzazione da parte dei singoli paesi (avviene così che, ad esempio, alla sede Onu di Ginevra tutte le riunioni devono chiudere alle 17 per risparmiare sulla bolletta dell’energia elettrica) e dall’altro con il mancato supporto politico dei paesi membri. L’Onu infatti è ciò che gli stati membri vogliono che sia. Una fotografia molto realistica della situazione attuale.
Oggi, dice Mascia, sta venendo avanti un diverso ordine internazionale basato sulla forza, sulla complicità, sul non rispetto del diritto internazionale e della legalità internazionale.
Ma allora come salvare l’Onu? Togliendo sovranità agli stati dentro il sistema multilaterale. E quindi democratizzando l’Onu stesso.
Mascia ha riassunto il tutto in tre proposte concrete:
- dare vita ad una assemblea parlamentare delle nazioni unite portando dentro l’Onu i rappresentanti dei popoli
- dare attuazione all’art. 43 della carta delle nazioni unite che prevede che gli stati mettano a disposizione del consiglio di sicurezza le forze di sicurezza da usare per garantire pace e sicurezza internazionale
- rendere realizzabile ed effettivo il diritto internazionale con un corpo di polizia giudiziaria internazionale che dia seguito ai mandati di cattura internazionali.
Abbiamo bisogno di istituzioni globali. La via dell’Onu è la via giuridica, nonviolenta, istituzionale alla pace.
Fermiamo il genocidio e la pulizia etnica in Palestina

E’ l’ultima sessione di oggi dell’Assemblea dell’Onu di popoli. E sarà la più intensa ed emotivamente faticosa.
Flavio Lotti la apre mostrando il gagliardetto della Municipalità di Gaza che gli fu donato dalla amministrazione decenni fa nel corso di una delle sue tante visite nella striscia.
Si commuove ricordando gli amici morti a Gaza. E tutta l’assemblea si alza con lui per un minuto di assordante silenzio prima che un’immensa bandiera di Gaza venga stesa davanti al palco dei relatori
E da qui in avanti una lunga teoria di interventi e di testimonianze. Impossibile riassumerle qui ma impossibile anche non citarle.
Paola Caridi, di Ultimo giorno di Gaza, si chiedese il genocidio è finito. E anche: chi decide che è finito?
Abbiamo il cessate il fuoco, dice Caridi, e la processione di migliaia e migliaia di disperati di Gaza che hanno invertito la loro marcia e stanno cercando di tornare al nord, a Gaza city dove non ritroveranno nulla della loro vita passata. Dobbiamo adottare le singole vite e le singole biografie di tutti i morti e tutti i devastati a Gaza, dice Paola: siamo tornati al nodo ineludibile del 1948. Nodo che va affrontato con la giustizia internazionale, non con un colpo di spugna.
Tomaso Montanari proprio nella sala del Palazzo dei Priori aveva chiesto, a inizio settembre, che fosse proclamato uno sciopero generale per scegliere di rimanere umani. Allora gli diedero del pazzo, ma poi milioni di persone sono scese in piazza in Italia, non per i propri diritti o interessi ma solo per fare la cosa giusta. Per rimanere umani.
La Pira, dopo Hiroshima e mentre scriveva la Costituzione Italiana disse: nessuno al mondo può distruggere una città. Oggi, in un tempo in cui il nostro ministro degli esteri può dire che il diritto internazionale vale sino ad un certo punto, noi stiamo tradendo la Costituzione italiana che ci ha dato una missione: costruire giustizia e pace. Secondo Montanari il genocidio finisce quando si finisce di trattare gli altri come criminali, come animali non umani. Da qui la necessità di non rimuovere le responsabilità: il genocidio è accaduto, potrà accadere ancora, come disse Primo Levi
2-0-2-6-2-4-0-9
2-0-2-6-2-4-0-9, con queste cifre si è presentato Yousef Hamdouna. Palestinese nato e cresciuto nella striscia di Gaza. Queste, dice, sono le cifre del mio numero identificativo rilasciato dall’Onu in quanto rifugiato, figlio di genitori palestinesi cacciati nel 1948 dalla Palestina mentre Israele occupava il territorio. Oggi rifugiato e profugo. I primi di ottobre 2023 Yousef era in Italia per una missione di lavoro nell’organizzazione educAid di Rimini e da allora qui è stato bloccato.
A Gaza, a Jabalia, ha lasciato la famiglia. Sua mamma è morta per mancanza di medicine e la sua morte non è contata nelle 67mila vittime. Come non è stato contato il nipote morto di infarto perché non poteva essere accolto nell’ospedale semidistrutto e rimasto senza letti.
Sono migliaia i morti non contati. Morti per malattie, per stenti, per fame.
Nelle scuole dell’Unrwa – dice Hamdouna – ho studiato diritti umani perché l’Onu e l’Unione europea hanno voluto che nel nostro curricolo ci fosse questa materia. Ho anche dato l’esame di diritti umani e mentre lo sostenevo un mio compagno di classe veniva ucciso dai soldati israeliani.
Oggi cerco disperatamente una vita e un futuro per le mie figlie. Per il mio popolo. Nella mia vita non ho mai goduto di un minimo dei miei diritti che voi avete deciso essere diritti universali.
Sono stato persino testimone silente della impossibilità di empatizzare con i morti.
“Mille morti erano ancora pochi. 30mila non erano poi troppi. Senza capire che anche uno è troppo. Eppure siete voi, voi che decine di anni fa avete stabilito MAI PIU’! Voi avete costruito voi la corte internazionale davanti a cui ho testimoniato percependo che i giudici stessi erano terrorizzati dalle sanzioni nei loro confronti decise da chi pensa che più che il diritto conti la forza”.

Dopo l’avvocatessa Reema Alì prende la parola Yara Abushabi, 24 anni, studentessa di medicina che dal 2023 vive in Italia perché nell’ottobre 2023 aveva vinto un tirocinio in chirurgia a Pescara ma poi è c’è stato il massacro del 7 ottobre ed è rimasta bloccata in Italia.
La madre le dice: “meno male che almeno tu sei all’estero perché qui intere famiglie sono sparite e tu continuerai la nostra famiglia”. Intanto 32 persone della sua famiglia sono morte sotto i bombardamenti. Tra queste sua zia con quattro bambini di meno di 10 anni. Tutti con la bandiera bianca in mano. Ma il bianco non ha fermato le pallottole.
Non ci sarà pace finché ci sarà occupazione, conclude Yara Abushabi. Occhi tenerissimi e tutta la vitalità di una giovane ragazza che ha deciso di studiare medicina quando da piccola ha visto i medici soccorrere palestinesi inseguiti tra le strade dalle pallottole.
Sono poi intervenuti a distanza, dal Canada e da Princeton, due esimi giuristi, Richard Falk e Michael Lynk che dal 2008 al 2022 hanno rivestito il ruolo che è oggi di Francesca Albanese: Relatori speciali del Consiglio dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967.
E nelle loro parole risentivo la voce ascoltata ieri di Francesca Albanese.
I due suoi predecessori hanno espresso tutta la loro solidarietà ad Albanese segnalando che è ironico che oggi dire la verità comporti sanzioni per lasciare il posto alle menzogne e alle falsità.
I due giuristi si sono soffermati sul ruolo delle corti penali, sulle indagini della corte penale internazionale Aja sui crimini di guerra e sulle procedure in essere presso la corte internazionale di giustizia.
Da ultimo hanno espresso il loro parere sul nuovo accordo imposto da Trump. Accordo che secondo loro è sostanzialmente destinato a fallire perché un cessate il fuoco per avere successo deve essere radicato nel diritto internazionale e nei diritti umani.
Ma nessuno di questi diritti è citato o è presente nel piano in 20 punti di Trump. Anche se ogni paese che ha firmato la carta dei diritti umani dovrebbe agire per rispettarli e attuarli.
Non pare che ciò accada e la società civile è chiamata a chiederne il rispetto.
È scesa la sera su Perugia: con chi fare pace?
Intanto sta scendendo la sera su Perugia. Cammino verso Monteluce, quartiere che ospitava un tempo il vecchio policlinico di cui oggi resta una bellissima facciata illuminata da una luca calda.
Ho di fronte la stupenda Chiesa di Santa Maria.
Passeggio al tramonto. Ho bisogno di camminare. Sento il peso di tutto il dolore che ho ascoltato.
E penso che la pace, in Palestina/Israele, come ovunque, ha la necessità di far parlare fra loro i nemici. È questa la sfida.
E stasera sono abbastanza sfiduciato.
Forse ha ragione Marracash: tanto noi la pace l’abbiamo persa.
Cantieri di pace
E guardo a domani. Al meeting delle scuole di pace. So che lì incontrerò l’allegria contagiosa e generosa, la vivacità e la creatività di bambini e bambine che racconteranno le loro speranze.
La loro scommessa per diventare artigiani nei Cantieri di Pace che cercano di aprire la strada ad un mondo fatto di convivenza, ascolto, diritti e giustizia. Un cantiere che nasce dal basso e che si mette all’ascolto in primo luogo delle vittime.