«Cosa significa essere umani?», si interrogano il neuroscienziato Vittorio Gallese e lo studioso Ugo Morelli nel loro libro pubblicato da Raffaello Cortina.
Una domanda quanto mai attuale, soprattutto oggi, quando la tecnologia – dall’intelligenza artificiale alla robotica – sembra voler riprodurre in ogni aspetto l’essere umano.
Eppure, secondo Gallese – tra i protagonisti della scoperta dei neuroni specchio, che ha rivoluzionato il modo di intendere il nostro cervello – non è la tecnologia a minacciare l’umanità. Anzi, la tecnologia è parte integrante dell’essere umano.
Il futuro, allora, non è qualcosa da temere, ma è ancora tutto da costruire, a partire da ciò che ci rende profondamente umani: la capacità di entrare in relazione con gli altri, di provare empatia, di riconoscerci parte di un intreccio di connessioni che comprende anche il mondo naturale.
Di questi temi si è discusso giovedì 22 maggio al Festival LIBERaVOCE, organizzato dalle Biblioteche del Comune di Parma all’interno del Patto per la Lettura, durante l’incontro tra Gallese e Aluisi Tosolini, filosofo dell’educazione. Un dialogo ricco di stimoli e interrogativi, come quello evocato nel titolo del libro, perché – sottolinea Gallese – «quello che anima la scienza non sono le risposte, ma le domande».
La centralità del corpo
Per Gallese, mente e corpo non sono separabili. Emozioni, sensazioni, pensiero: tutto prende forma nel corpo. È attraverso il corpo che apprendiamo, comunichiamo e persino pensiamo. Il linguaggio ci distingue dagli altri animali, ma è il corpo a radicarlo nella nostra esperienza.
«Grazie al linguaggio siamo gli unici animali dotati di coscienza – afferma Gallese – e gli unici a cui non basta il mondo così com’è. Tutti gli animali modificano il proprio ambiente, ma noi andiamo oltre: creiamo mondi paralleli».
La nostra natura corporea è universale, ed è attraverso di essa che entriamo in relazione con il mondo e gli attribuiamo significato. È proprio questa corporeità condivisa che rende possibile la relazione.
Cablati per essere sociali
«Non siamo individui, ma co-individui», afferma Gallese, richiamando un neologismo dell’antropologo Francesco Remotti. L’identità non è un punto di partenza, ma il frutto di una storia relazionale. Ognuno di noi è unico, ma questa unicità è generata dalla relazione. Senza relazione non esiste il soggetto, non esiste l’individuo: siamo co-individui.
Una verità che si manifesta fin da prima della nascita. Uno studio condotto nel 2011 da Gallese insieme a Umberto Castiello ha osservato il comportamento dei feti gemelli, rilevando che i loro movimenti sono più controllati quando diretti verso l’altro gemello, come se si trattasse di carezze. Il risultato? «Siamo cablati per essere sociali».
Al centro di tutto c’è l’empatia: la capacità di “sentire con” l’altro. Per Gallese, l’empatia non è solo un fatto culturale o morale, ma innanzitutto neurobiologico: «Siamo come strumenti a corda: se pizzichi una corda, quella accanto vibra. Così risuoniamo gli uni con gli altri».
Oltre l’antropocentrismo
Per Gallese, è tempo di superare l’idea che l’essere umano occupi una posizione al vertice della piramide della natura. Questo non significa negare la sua unicità, ma piuttosto restituirlo al flusso della natura. «Non possiamo pensare l’uomo come il significato unico del mondo – dice – il che non vuol dire non riconoscere la sua grandezza».
Curiosi per natura
E poi c’è la scuola, che per Gallese deve tornare a essere un luogo di scoperta, non solo di trasmissione di nozioni.
«I due momenti più significativi del nostro sistema educativo – afferma – sono la scuola dell’infanzia e il dottorato di ricerca. Perché, più che riempire di contenuti, stimolano curiosità e creatività. La curiosità è la cifra dell’umano».
Oltre la paura della tecnologia
Una delle caratteristiche distintive dell’essere umano, secondo Gallese, è la sua capacità di trasformarsi. La tecnologia non rappresenta una minaccia per l’umanità, è parte di ciò che siamo. Ci definiamo homo sapiens, ma potremmo altrettanto definirci homo technicus. «L’umanesimo non contaminato dalla tecnologia non esiste. – afferma – Se c’è qualcosa che caratterizza l’umano è proprio la tecnologia: dal fuoco allo smartphone, lo sviluppo tecnico è continuo».
Durante la serata in Biblioteca Civica, incalzato dalle domande di Aluisi Tosolini, il neuroscienziato ha affrontato anche il tema delle paure e delle previsioni apocalittiche che accompagnano ogni nuova tecnologia. Un tema centrale anche in un’altra sua opera, Oltre la tecnofobia – Il digitale dalle neuroscienze all’educazione, scritta insieme a Stefano Moriggi e Pier Cesare Rivoltella.
«Molte cose che leggo sulla regolamentazione delle nuove tecnologie e sulle giovani generazioni sono baggianate. Definire il telefonino come origine di tutti i mali dei nostri adolescenti è un tipico esempio di capro espiatorio: serve solo ad autoassolversi come società, che corre sempre più veloce».
Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale generativa, Gallese ne riconosce le enormi potenzialità, ma anche i rischi: «Poiché in qualche modo ci asseconda, può instillare una modalità di relazione accondiscendente, che poi non troviamo nella realtà, tra persone».
«La metafora giusta è quella del farmaco: – sottolinea il neuroscienziato – ogni tecnologia, come ogni farmaco, ha una duplicità, tra opportunità di crescita e rischi. Siamo a un bivio: possiamo utilizzare questa tecnologia come opportunità di sviluppo, oppure esserne usati. La tecnologia è umana. Il futuro non è scritto, è da scrivere e non da temere».