Divieto dell’uso degli smartphone in classe: dimmi come lo fai e ti dirò se funziona

Il report “Mobile phone bans in schools across the EU” ci racconta cosa temono (e cosa sperano) insegnanti e scuole in Europa, mentre il caso italiano dimostra che la differenza non la fa il solo divieto, ma il contesto e le modalità di applicazione.

Vietare o non vietare? Non è questo il dilemma. 

Come accade ormai regolarmente con i temi caldi dell’attualità, anche il dibattito sugli smartphone a scuola sembra costringerci necessariamente a schierarci. Da una parte, il divieto totale; dall’altra, l’utilizzo consentito (quando è consapevole). 

ENESET, la rete internazionale di esperti finanziata dalla Commissione Europea e focalizzata sulla dimensione economica e sociale dell’istruzione e della formazione, ha provato a rompere questo estremo dualismo basandosi sulle (poche) evidenze generate dall’implementazione delle normative vigenti nei 27 paesi dell’Unione Europea.  Il report analitico Mobile phone bans in schools across the EU, pubblicato a febbraio 2026, prova infatti a spostare la discussione dalle posizioni di principio alla realtà delle politiche pubbliche sui telefoni cellulari in atto negli Stati membri, esaminando la loro implementazione e approfondendo case studies su quattro nazioni, tra cui l’Italia. 

Attraverso ricerche sul campo, verifiche documentali e interviste con gli stakeholder in diversi contesti educativi, il rapporto esplora le motivazioni alla base di queste politiche, la loro reale applicazione, le sfide incontrate e gli esiti percepiti, cercando di andare oltre la mera analisi delle normative ed analizzando come i divieti e le restrizioni sui telefoni cellulari funzionino nella pratica.

1. Panoramica europea: regole diverse, motivazioni simili

L’indagine mostra un panorama in rapido cambiamento: ad oggi la maggior parte degli Stati membri ha già introdotto, o sta pianificando, qualche forma di restrizione. Le soluzioni variano dai divieti per l’intera giornata scolastica (in alcuni Paesi con consegna obbligatoria dei dispositivi) alle restrizioni limitate alle sole lezioni, lasciando alle scuole margini diversi di scelta. Nonostante questa varietà, nel report emerge un modello ricorrente, ovvero la restrizione condizionale, con telefono vietato di default ma consentito in casi specifici, soprattutto per motivi di salute o per studenti con bisogni educativi speciali. Nella maggioranza dei Paesi, inoltre, resta possibile l’uso per attività educative sotto supervisione degli insegnanti; su questo punto, l’Italia viene indicata come eccezione tra le più restrittive. 

Quanto alle motivazioni, le politiche vengono spesso giustificate con la necessità di ridurre distrazioni, migliorare l’attenzione e proteggere benessere e clima scolastico, più che sulla base di effetti dimostrati in modo definitivo. Da un lato, la letteratura citata nel report segnala che anche la sola presenza del telefono, anche se spento, possa interferire con la concentrazione, in quanto l’attenzione resta agganciata alle attività interrotte e alle notifiche attese. Allo stesso tempo, il report chiarisce che queste correlazioni non risultano provare automaticamente un rapporto di causa-effetto e che possono essere influenzate da fattori preesistenti.

2. I risultati della Survey europea sull’uso degli smartphone a scuola

Prima di addentrarsi nei casi studi dei singoli Stati, il report restituisce i risultati del sondaggio Survey on using mobile phones in schools erogato dall’ESEP (European School Education Platform), pubblicati lo scorso giugno. Pur essendo focalizzata sulle restrizioni all’uso dei telefoni cellulari nelle scuole più che sui divieti nazionali in senso stretto, l’indagine ESEP offre comunque spunti di riflessione preziosi, mettendo in luce gli atteggiamenti degli stakeholder e le principali preoccupazioni che finora hanno orientato le scelte di policy in Europa. 

Prima di guardare gli effetti, conviene capire chi parla, o meglio, chi ha risposto. La visualizzazione n.2 ci mostra la composizione del campione: le percentuali si riferiscono a 1162 risposte complessive raccolte dal sondaggio, la maggior parte delle quali arrivate da insegnanti di scuola secondaria e primaria. Altre categorie (dirigenti, genitori, altri profili educativi) sono presenti con un peso più contenuto. 

3. Che cosa cambia, secondo i rispondenti, quando lo smartphone rimane (acceso o spento) dentro la scuola? 

Come detto, le percezioni raccolte nel report riflettono le principali motivazioni che hanno spinto i responsabili politici e gli educatori di tutta Europa finora a introdurre restrizioni e/o divieti sull’uso dei telefoni cellulari durante l’orario scolastico.

I grafici sono 6, uno per area di impatto: apprendimento, interazioni sociali, benessere, concentrazione, clima scolastico, insegnamento. In ogni riquadro la forma si allunga verso la risposta più frequente: positivo, neutro, negativo, non lo so, non applicabile.

Il pattern più netto riguarda la concentrazione degli studenti, area in cui la quota di valutazioni negative è più alta. Anche interazioni sociali e benessere raccolgono molte risposte orientate al negativo, mentre su apprendimento e insegnamento il quadro non sembra restituire un verdetto unico.

Dal report, un risultato ricorrente nei case studies è infatti la percezione di un miglioramento del clima e dell’attenzione in classe, con meno interruzioni e una riduzione delle micro-distrazioni legate alla presenza del telefono. Tuttavia, a seconda della modalità di custodia temporanea degli smartphone adottata dalla scuola, il divieto può al contempo comportare un appesantimento del carico di controllo per gli insegnanti, tenuti a monitorare continuamente l’eventuale uso nascosto dei dispositivi, con ricadute sulle relazioni educative.

Sul fronte del cyberbullismo, alcune scuole segnalano una riduzione di molestie digitali dentro l’ambiente scolastico (come registrazioni non consensuali o condivisione di contenuti online), con la consapevolezza che l’effetto possa però essere temporaneo o spostarsi fuori dall’orario scolastico, se non accompagnato da percorsi educativi ad ampio raggio.

Il rapporto evidenzia anche alcuni effetti collaterali: l’applicazione del divieto può infatti generare conflitti con studenti che vi oppongono resistenza, anche a causa di problemi comportamentali o familiari preesistenti. Negli studenti più vulnerabili, dato che le cause sottostanti al disimpegno non sono sempre direttamente legate all’uso del telefono cellulare, le restrizioni imposte potrebbero non avere alcun effetto.

4. Il caso studio italiano 

Nel quadro interpretativo del report, l’Italia è citata come esempio di approccio da un lato centralizzato dal punto di vista della normativa, dall’altro disomogeneo nella messa in pratica, con più attriti a livello scolastico rispetto a percorsi alternativi più incrementali e partecipativi (come quelli intrapresi in Francia). La timeline, che va letta da sinistra verso destra cliccando sulla freccia, ricostruisce le tappe principali del percorso normativo. Dal primo impianto del divieto durante le lezioni alle note ministeriali che lo ribadiscono, fino al salto più recente: il divieto esteso all’intera giornata scolastica, prima per il primo ciclo e poi anche per la scuola secondaria di secondo grado, con eccezioni legate a piani educativi individualizzati e bisogni specifici. Qui emerge un punto decisivo, spesso ignorato nel dibattito pubblico: più il divieto si estende oltre l’aula (intervalli, corridoi, spostamenti), tanto più la problematica diventa organizzativa. Non basta quindi dichiarare un divieto: servono spazi di applicazione, procedure condivise e responsabilità chiare a tutta la comunità scolastica.

La lezione più utile che ci restituisce il case study italiano è che non è possibile emettere una sentenza pro o contro. Il divieto, così come viene percepito dagli attori coinvolti, non produce un effetto unico e facilmente misurabile: sposta equilibri diversi, con benefici soprattutto sul piano relazionale, risultati più incerti sul piano didattico e alcune criticità pratiche, che contano quanto se non più della norma.

Sul fronte dell’apprendimento, l’impatto viene descritto come limitato. Non significa che non cambi nulla: significa che al momento non si è osservato un salto immediato direttamente collegabile al divieto.

Dove invece il divieto sembra lasciare un segno più riconoscibile è nella socialità. Nel racconto degli stakeholder intervistati (insegnanti di scuole primarie e di secondo grado situate del Nord e Centro Italia e un dirigente scolastico di secondaria), ridurre la presenza dello smartphone durante la giornata scolastica favorirebbe un aumento delle interazioni tra studenti in momenti di pausa, come intervalli, uscite e gite.

In generale, le opinioni degli insegnanti risultano articolate e, in parte, divergenti. Da un lato c’è un consenso abbastanza ampio sulla necessità di ridurre l’uso dei telefoni tra gli adolescenti, soprattutto a scuola. Dall’altro, emergono dubbi e critiche quando la regola diventa così rigida da colpire anche l’uso didattico. Per una quota di docenti, escludere lo smartphone in modo totale significa rinunciare a possibili attività educative o a preziose occasioni di alfabetizzazione digitale che, se governate bene, potrebbero avere molto senso di essere intraprese.

Un passaggio interessante riguarda l’impatto diretto del divieto proprio sui docenti. Secondo il case study, in molte scuole italiane l’uso del telefono da parte degli studenti era già abbastanza limitato prima delle strette normative del 2024 e del 2025. Per questo, le misure più recenti rischiano di incidere soprattutto sulla gestione quotidiana e la cultura organizzativa della scuola, incluso l’esempio dato dagli adulti. In sostanza, la norma non riguarda soltanto gli studenti e i loro telefoni, ma anche il modo in cui l’intera comunità scolastica definisce regole e comportamenti durante la giornata.

Le sfide rilevate invece sono molto concrete: dove si custodiscono i telefoni? Chi ne è responsabile? Cosa succede se mancano strumenti e linee guida uniformi? E soprattutto: se l’uso eccessivo dello smartphone si comprime fuori dalla scuola, una regola interna può avere effetti parziali quando non accompagnata da educazione e corresponsabilità con le famiglie.

4. So what? Appunti per il futuro

I divieti sui telefoni a scuola stanno diventando, in molti Paesi, una risposta necessaria per politica e scuole. Ma il report ci avverte: da soli non bastano a risolvere i problemi che gli smartphone possono generare nella vita dei nostri ragazzi. La discussione, quindi, non dovrebbe fermarsi al “to ban or not to ban”, ma spostarsi su regole veramente applicabili, risorse e formazione, alfabetizzazione digitale, coinvolgimento delle famiglie e interventi sul contesto extra-scolastico. 

Per i decisori pubblici, potrebbe tradursi nel dare alle scuole un quadro giuridico chiaro e sanzioni proporzionate, ascoltare la comunità scolastica (studenti inclusi) e finanziare strumenti concreti, come custodie sicure e formazione del personale. 

Per i dirigenti scolastici, vorrebbe dire comunicare obiettivi e aspettative, costruire routine quotidiane che funzionino davvero, applicare regole eque con le necessarie eccezioni (bisogni educativi speciali),  integrare il divieto in percorsi più ampi su benessere e cittadinanza digitale, usando dispositivi gestiti dalla scuola quando funzionali ad attività didattiche. 

A livello europeo, la priorità dovrebbe essere rendere comparabili i dati raccolti dagli Stati membri, sviluppando un quadro comune di indicatori per il monitoraggio del benessere digitale nelle scuole. Ma anche: supportare la ricerca transnazionale mirata a studiare rigorosamente gli effetti delle politiche sui telefoni cellulari sull’apprendimento, sul benessere e sull’interazione sociale, in quanto, sebbene le preoccupazioni per distrazione, benessere e concentrazione accademica siano ampiamente citate per giustificare le restrizioni, le evidenze scientifiche sull’impatto dei divieti scolastici rimangono ad oggi molto limitate.

Insomma, politiche efficaci sull’uso dei telefoni possono aiutare a migliorare alcuni aspetti della vita scolastica (e non solo) di studenti e studentesse, ma richiedono un’azione coordinata a più livelli, anche oltre l’ecosistema educativo in senso stretto. È necessario un approccio equilibrato, che riduca sì gli effetti dannosi dell’uso incontrollato degli smartphone, ma al contempo preservi quello che dovrebbe essere l’obiettivo essenziale della scuola e dell’intera società: aiutare le giovani generazioni a sviluppare le competenze – digitali e tecnologiche ma soprattutto umane e gestionali – necessarie a cavalcare, e se possibile superare, le complessità del futuro.


Fonti

Circolare Ministeriale n. 3392 del 16 giugno 2025

Direttiva Ministeriale 15 marzo 2007

DOCUMENTO APPROVATO DALLA 7ª COMMISSIONE PERMANENTE (Istruzione pubblica, beni culturali) nella seduta del 9 giugno 2021

Education, Youth, Culture and Sports Council, Public session, 12th May 2025 15:08

Indagini conoscitive – 7ª (Istruzione pubblica, beni culturali) – Indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento – Resoconti

Mobile phone bans in schools across the EU, Expert Network on Economics and Sociology of Education and Training (ENESET), 3 February 2026

Nota ministeriale n.107190 del 19.12.2022

Nota ministeriale n. 5274 dell’11 luglio 2024

Survey on using mobile phones in schools – Results, European School Education Platform, 2025

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