Ragazzi di vita – La società del desiderio

Ragazzi di vita – Spazi dell’educare, sguardi per riflettere sul mondo giovanile, pensieri e pratiche per “stare” con i ragazzi oggi. N. 11 – La società del desiderio

La parola desiderio nasce da un gesto antico.
De-sidera: mancanza delle stelle.
Nell’etimologia latina, sidus è la stella, il segno che orienta il viaggio. Desiderare, originariamente, non significa volere qualcosa da possedere, ma sentire l’assenza di un orientamento, cercare una direzione quando il cielo non offre più mappe certe. Il desiderio, dunque, non nasce dalla pienezza, ma dalla mancanza. Non chiede di essere colmata in fretta, ma abitata.

Il bisogno, invece, è altra cosa.
Il bisogno è urgenza: chiede soddisfazione immediata. Ha un oggetto chiaro, una soluzione rapida, un tempo breve. Si spegne una volta appagato. Il desiderio no: non si esaurisce, perché non mira a un oggetto, ma a una trasformazione dell’essere.

È qui che la società dei consumi opera la sua più grande confusione: trasforma il desiderio in bisogno, e poi offre merci per soddisfarlo. Così facendo, addomestica la mancanza, la rende gestibile, vendibile, seriale.

Il desiderio autentico, però, non vuole essere risolto. Vuole essere attraversato.

Su questo punto, il pensiero di Massimo Recalcati è particolarmente illuminante. Recalcati insiste su un aspetto cruciale: il desiderio non coincide con il godimento, né con il consumo. Al contrario, il desiderio nasce là dove qualcosa manca e continua a mancare, diventando motore di ricerca, di parola, di soggettività.

Nella sua lettura psicoanalitica, il vero problema educativo contemporaneo non è la repressione del desiderio — come accadeva in passato — ma la sua saturazione. Ai ragazzi non viene detto “non desiderare”, ma “desidera tutto, subito”. Il risultato è paradossale: un desiderio senza attesa, senza mancanza, senza profondità.

«Non si desidera per quello che si è, ma per quello che si vuole essere».
Jean-Paul Sartre

Non è solo una citazione filosofica, ma una sensazione che percorre le strade, i corridoi scolastici, i social: il desiderio oggi è un’eco fioca, un riflesso di quel che ci viene mostrato, non la voce profonda di ciò che si vorrebbe diventare.

I ragazzi di oggi vivono immersi in un flusso continuo di bisogni indotti. Ogni notifica è un invito a desiderare: un prodotto, un’esperienza, una versione di sé già pronta, confezionata, consumabile. Rare volte si parla di desiderio come scoperta, come itinerario di sé — e ancor meno come atto creativo.

Mi viene in mente la Volontà schopenaueriana, un ente astratto che pulsa e ci innerva di bisogni continui, un Amazon Leviatano che ci governa e ci consuma.

È questa la società del bisogno indotto: non desiderare per capire cosa voglio, ma per capire cosa mi viene suggerito di volere.
Zygmunt Bauman parlava di individui liquidi in un mondo liquido — desideri che scorrono e si dissolvono, identità che si formano e disfano con la stessa rapidità. In questo flusso non c’è spazio per il radicamento del desiderio, per la consapevolezza dell’essere, perché tutto è pensato per il consumo di desideri, non per l’emergere dal desiderio.

Herbert Marcuse, nella sua critica alla società dei consumi, sosteneva che il capitalismo moderno non elimina i bisogni, ma li reinventa in funzione della produzione e del consumo: gli individui devono desiderare, ma desiderano ciò che è vendibile. In questo modo, la curiosità — la spinta verso l’ignoto, l’inedito — si trasforma in semplice spinta verso l’oggetto giusto. Il desiderio diventa merce, e la merce diventa desiderio.

Nelle aule, il desiderio viene “istruito” — non coltivato.
Programmi preconfezionati, modelli precostituiti, percorsi rigidi: il messaggio è chiaro:

“Questa è la risposta giusta. Questa è la carriera giusta. Questo è l’obiettivo legittimo.”

Così, il ragazzo impara a rispondere prima ancora di chiedere.
La curiosità, invece, è domanda, è spazio aperto: chiede senso, non risposte già pronte. Ma il sistema educativo, così come il mercato dei consumi, ha paura della domanda autentica perché la domanda autentica mette in discussione il quadro: richiede tempo, conflitto, trasformazione.

Sartre ci ricorda che l’essere umano è progetto: non un prodotto, ma un farsi. Il desiderio autentico non è mai statico, né predeterminato. È sempre verso qualcosa che non è ancora: è progetto. In una società che misura tutto in percentuali di successo e indicatori di performance, il progetto rischia di diventare un sell-by date.

La pressione non viene soltanto da fuori.
In molte famiglie il desiderio si impara osservando — e spesso si impara male.
L’immagine, l’apparire, il giudizio altrui diventano specchi deformanti: non si cresce guardando dentro di sé, ma guardando come si viene visti. Di qui nasce la convinzione sottintesa che il desiderio sia prima di tutto un segno di status, un modo per dimostrare di avercela fatta, piuttosto che un sentiero di esplorazione.

È la società dell’“affabulazione”: messaggi continui che raccontano storie accattivanti, ma spesso vuote di profondità, storie dove il desiderio è il possesso di qualcosa — l’ultimo gadget, l’immagine migliore — e non il farsi di sé.

Slavoj Žižek ha scritto che viviamo in un’epoca in cui il desiderio non è più rivolto all’oggetto, ma alla mancanza di un oggetto: il desiderio non si realizza mai, perché è continuamente spostato, riformulato, rimodellato dai meccanismi culturali. Il risultato? I ragazzi desiderano desiderare, più che desiderare cose vere.

Cosa cambierebbe se educassimo al desiderio? Immaginate un’educazione dove la curiosità è più importante della performance, la domanda è più importante della risposta, l’esplorazione è più importante della sintesi.

Una scuola che non vende modelli ma accoglie percorso, che non definisce obiettivi ma aiuta a scoprire domande.
Una famiglia che non insegna che cosa voler desiderare, ma come riconoscere ciò che desidero davvero.

In una tale educazione, il desiderio tornerebbe ad essere atto di libertà, non riflesso condizionato.
Tornerebbe ad essere quella forza che ci spinge a essere più di quello che eravamo ieri.

Come diceva Sartre, «L’uomo è ciò che egli decide di essere.», non ciò che gli dicono di essere.

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